Santa Teresa, dalle Bocche di Bonifacio affiora un'ancora romana

Il ritrovamento è del biologo marino ed esperto subacqueo Yuri Donno. Scoperto anche il relitto di una nave colata a picco con un carico di anfore africane

SANTA TERESA. Riposa da 1400 anni su un basso fondale delle Bocche di Bonifacio. Un abbraccio millenario con la posidonia e le rocce che li ha resi una cosa sola. Difficile per un occhio non allenato riconoscere i lineamenti di un’antica ancora in ferro. Quasi naturale invece per chi del mare ha fatto il suo secondo habitat. Come Yuri Donno, biologo marino, esperto subacqueo, alle spalle centinaia di immersioni nelle acque della Sardegna, nel suo curriculum la scoperta di diverse specie marine.

Donno alla fine dell’estate nuota nel blu delle Bocche per recuperare un motore perso da un’imbarcazione in quel tratto di mare. Nel corso dell’immersione si accorge che adagiato sul fondale c’è un oggetto particolare. Sembra un pilone di ferro, lo guarda meglio e intuisce che si tratta di un’ancora. Le verifiche della Soprintendenza e del Nucleo Tutela dei carabinieri di Cagliari confermano si tratti di un’antica ancora romana. Un pezzo di storia che riemerge dall’oblio e torna a nuova vita, contribuendo a scrivere un’altra preziosa pagina del passato di questo angolo di Sardegna. Qualche centinaio di metri più in là viene individuato e documentato un relitto di età tardo romana, colato a picco con un carico di anfore di origine africana. L’ancora scoperta da Donno non verrà prelevata per essere esposta. Si tratta di un reperto talmente fragile che venendo a contatto con l’aria si degraderebbe in pochissimo tempo. Continuerà invece a riposare su un letto di posidonia, cullata dalle onde e protetta dal mare.



Il ritrovamento di Donno, risale alla fine dell’estate. Il biologo è in immersione tra i 10 e i 13 metri di profondità. È lì per recuperare un motore. Lo individua, ma prima di riemergere decide di proseguire la passeggiata a mollo nel blu. «A un certo punto ho guardato in un punto e qualcosa ha attirato la mia attenzione – racconta –. All’inizio mi sembrava un pilone di ferro, poi ho capito. Il cuore ha cominciato a battere, come quando capisci di aver trovato un tesoro. Non è la prima volta che mi succede di fare ritrovamenti nel corso delle mie immersioni, ma quell’ancora mi ha emozionato». Il biologo marino segna il punto con il Gps e attiva Alessandro Porqueddu, archeologo subacqueo e libero professionista. Che a sua volta coinvolge la Soprintendenza delle province di Sassari e Nuoro.

«Abbiamo ritrovato il punto tracciato da Donno – spiega Porqueddu –. La sua intuizione era concreta: poteva trarre in inganno dal momento che non ha la forma tipica di un’ancora, ma si tratta proprio di una ancora in ferro rovesciata di tarda età romana». Nel corso del sopralluogo viene realizzata una prima documentazione fotografica. «La Soprintendenza ha approfittato di questa attività insieme al nucleo Tutela dei carabinieri, che ha operato con il supporto della compagnia navale della Maddalena, per verificare lo stato di conservazione, l’effettivo valore archeologico ed ecoscandagliare l’area», aggiunge Porqueddu. Un lavoro ripagato anche dalla scoperta, lì vicino di una nave, risucchiata dal mare dopo un naufragio violento, che ha ridotto in cocci il carico di anfore africane che trasportava. «Nel corso dell’ultimo secolo i fondali della Bocche di Bonifacio hanno restituito numerose testimonianze di passaggi, ridossi e tragici naufragi che a partire dall’età punica e romana, confermano sia l’importanza strategica di questo tratto di mare, sia i pericoli per la navigazione ancora oggi esistenti: scogli affioranti e venti impetuosi», conclude Porqueddu.
 

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