La Nuova Sardegna

Olbia

Il disagio giovanile

«La droga, lo spaccio a Olbia, il Covid: grazie alla scuola sono rinato»

di Serena Lullia
«La droga, lo spaccio a Olbia, il Covid: grazie alla scuola sono rinato»

La storia di Marco, “predestinato” a fallire: si è diplomato e ha trovato un lavoro

21 gennaio 2024
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Olbia Nella scintillante favola della città che cresce, divora record, drena risorse, ci sono angoli bui in cui si infilano le vite invisibili di adolescenti e giovani. Anime con un magma di emozioni che ribollono, difficili da addomesticare a quella età e da cui finiscono per essere travolti. Sono i figli dell’era del Covid, rimasti imprigionati nella solitudine delle pareti di casa, inchiodati davanti a schermi di smartphone e pc per anni. Un isolamento che ha fatto da detonatore per depressione, ritiro sociale, autolesionismo. Fenomeni purtroppo in crescita anche in città, ma di cui si tende a parlare poco. Sono quel pezzo di umanità olbiese a cui non sono stati ancora dedicati luoghi in cui suonare con gli amici, in cui fare street art, in cui per fare attività sportiva si deve pagare, per i quali mancano iniziative su misura. Per fortuna c’è la scuola, ci sono gli oratori, le associazioni sportive, luoghi in cui si sentono protetti e in cui riescono a vomitare quel malessere che hanno dentro. Piccolo o grande che sia. Per poi trovare la mano tesa di psicologi e psicoterapeuti negli sportelli psicologici della scuola, che almeno per un tratto possono accompagnarli nel percorso della vita. Perché molti di loro vogliono solo essere salvati. Come Marco, nome di fantasia. La sua storia arriva dallo sportello psicologico dell’ istituto Amsicora.

Marco sulla carta è un predestinato. Ha 14 anni, il padre è in carcere per spaccio di droga, sua madre vive altrove e nella sua vita è un accessorio di poco valore. Non se ne prende cura da anni. Ha una diagnosi tardiva di ritardo cognitivo. La certificazione ha avuto tempi lunghi e pensare di anticiparla con una visita privata da 200-300 euro non è mai stata una opzione presa in considerazione dalla famiglia. Rientra a pieni voti nella categoria a cui le statistiche assegnano un posto d’onore per l’abbandono scolastico. Marco si muove con disinvoltura tra il “pozzetto”, il molo, piazza Nassiriya, dove sei sicuro di trovare una canna, e anche qualcosa di più. Qualche cinico adulto intuisce la sua fragilità e non indugia un attimo. In cambio di un telefono gli chiede di spacciare qualche dose a scuola, in alcuni quartieri. Marco non impiega molto a entrare nel conteggio di quei quasi 1000 minori del territorio tra Olbia e zone limitrofe, seguiti dai servizi sociali. Quasi immediato il passaggio all’Usmm, l’Ufficio di servizio sociale per minorenni per la competenza penale del tribunale dei minori. A scuola fa fatica a seguire le lezioni, a stare al passo con gli altri. La vita di fuori lo tormenta, anche quando è tra le pareti sicure della scuola. Un docente sacerdote intuisce il suo malessere, lo inserisce nella sua comunità. Marco sta tranquillo per un periodo, sembra aver svoltato. Ma non è così. I debiti vanno estinti e per farlo ritorna nel giro dello spaccio. Gli anni passano. Un giorno si presenta nell’ufficio del dirigente scolastico e piange. Confessa di avere ingerito sostanze sintetiche, trema, ha le allucinazioni. La corsa al Pronto soccorso, la presa in carico del Reparto di psichiatria perché ormai maggiorenne. Altrimenti lo avrebbero trasferito a Sassari. Marco si salva. Ritorna a scuola, si diploma e con le competenze acquisite riesce a trovare un posto in fabbrica nella penisola. Ha cambiato il suo futuro da “predestinato a non farcela”. «La storia di Marco è una delle tante che conosciamo – spiega il dirigente scolastico dell’istituto superiore Amsicora Gianluca Corda –. Ogni settimana ascoltiamo 30-40 ragazzi. Alcuni si avvicinano di loro volontà, altri vengono indirizzati dai docenti. Parliamo anche con le famiglie. Il lavoro degli educatori ormai va ben oltre l’insegnamento. Sono il primo servizio sociale sul campo».

I numeri Ha un osservatorio privilegiato di quel mondo giovanile che spesso gli adulti considerano priorità più a parole che nei fatti. Gianluca Corda è dirigente scolastico prima ancora che consigliere comunale e vive in prima linea le emergenze dei ragazzi. Lo sportello psicologico dell’Amsicora, istituito 12 anni fa nel tempo ha assunto la forma di “primo pronto soccorso sociale” in cui i giovani trovano uno psicologo e uno psicoterapeuta a disposizione. Alcuni si avvicinano da soli, altri vengono indirizzati dai docenti, spesso sono i genitori a chiedere aiuto perché si accorgono che stanno perdendo i figli. «La situazione è complessa e per fortuna ci sono gli sportelli psicologici-pedagogici nelle scuole – racconta -. Dopo il Covid la situazione è peggiorata, forse ha messo a nudo o accentuato situazioni di disagio che già c’è erano ma che quegli anni chiusi dentro casa hanno fatto esplodere. Sono aumentate le separazioni conflittuali. Di per sé la separazione può accadere, ma quando viene gestita in modo immaturo dai genitori, con poca attenzione al minore, i ragazzi sentono tutto questo sulla loro pelle, non si sentono considerati. C’è poi il fenomeno della droga, che sta ripartendo. Negli ultimi anni abbiamo difficoltà a far entrare le forze dell’ordine dentro le scuole come accadeva prima. Continuiamo a chiederlo, ma il tribunale e i magistrati non sono d’accordo. I controlli si fanno all’esterno ma poco servono. Purtroppo lo spaccio giovanile è in crescita». Ma ad aumentare sono anche i casi di autolesionismo, specialmente tra le ragazze, e il ritiro sociale. «Gli Hikikomori sono sempre di più. Ragazzi anche brillanti, a scuola e nello sport, che all’improvviso si ritirano nelle loro camere. E cresce la depressione giovanile. Spaventa che a 14-15 anni non abbiano un’idea di progetto su sé stessi, passioni, ambizioni». Per questo, sostiene Corda, di fronte a un fenomeno straordinario «servono misure straordinarie. Ecco perché anni fa come gruppo Pd avevamo chiesto di dare gambe all’Osservatorio giovanile, un luogo di confronto importante. Una fase di studio è stata fatta, ma ora serve anche coinvolgere i ragazzi, sentire da loro di cosa hanno bisogno. Olbia è una città con tante qualità, ma purtroppo l’offerta per i giovani di spazi, di alternative, di proposte culturali, sportive non è ampia. Per fortuna ci sono associazioni sportive che lavorano davvero bene, lo sport in molti casi è la salvezza. Ma non tutti possono permetterselo. Ecco perché il Comune dovrebbe prevedere voucher per lo sport come anche per i percorsi psicologici». 

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