Olbia, al Bruno Nespoli non è più domenica: «La città perde un pezzo di cuore»
La nuova società riparte fuori città. L’amarezza dei tifosi
Olbia Via Ungheria. La strada è quasi deserta, silenzio. Il vento soffia e muove vecchi pezzi di carta. Ricordano i volantini distribuiti in tribuna prima della partita. È vero. Oggi è domenica e al Bruno Nespoli non si gioca. La città ha perso la sua squadra e i tifosi la loro casa. È nata una nuova società: si chiama Us Olbia Calcio Asd e dovrà farsi carico di una tradizione ultracentenaria. Il presidente è Francesco Sotgiu, storico dirigente bianco. La sua Olbia però dovrà ripartire dalla Seconda categoria e su un campo da gioco che, almeno per ora, non sarà il Nespoli. Forse Monti o Loiri. «La domenica non sarà più la stessa cosa, Olbia perde una fetta di cuore» si sospira nei dintorni dello stadio. Gli storici bar della zona, da sempre rifugio della tifoseria olbiese, vedranno diminuire i loro incassi. Ma il problema è un altro: «Temiamo che Olbia perda la sua identità, una delle peggiori cose che possano accadere alla città». Ai piedi del Nespoli l’occhio cade sui particolari. Cancelli chiusi, spogliatoi incustoditi, attrezzature dimenticate. Sembrano decenni, ma è passato solo qualche mese dall’ultima partita in serie D.
Lo stadio
La scorsa primavera il Comune si è ripreso le chiavi dello stadio. «Lo hanno distrutto» aveva detto il sindaco Settimo Nizzi riferendosi alla vecchia società, appena scomparsa. Così da ora in poi il Bruno Nespoli, per decisione del sindaco, non sarà più affidato a società sportive a titolo gratuito. Qualcosa ultimamente è migliorata. Il manto erboso non è più quello giallo e secco di maggio. Oggi è nuovamente verde, ma qui ancora non si gioca. Al di là dei cancelli arrugginiti avanzano degrado e abbandono, mentre sulle mura resistono le scritte sempre più sbiadite “Curva Mare Olbia” e “Assenti sempre presenti”.
Quale futuro
«Non era mai accaduto: una delle cose peggiori mai successe a Olbia». Mario Degortes, proprietario dello storico Bar Furrone di via Roma, è tifoso ed ex calciatore bianco. Da decenni accoglie parte della tifoseria più affiatata e non riesce a darsi una spiegazione. «Comunque mi auguro che si ritorni ai successi di un tempo – aggiunge subito dopo –. Serve tanta ambizione per risalire in serie C». Secondo Degortes sono necessari soldi e passione, certo, ma anche la volontà di investire sulla scuola calcio. Essenziale quindi «ripartire da un solido settore giovanile, non più diviso come negli ultimi anni». Per il proprietario del Bar Furrone è stato soprattutto il vivaio, in passato, ad aver reso grande l’Olbia. «Ma ricordiamoci che senza i tifosi poi non si va da nessuna parte – conclude Degortes –, bisogna coinvolgerli per un cambiamento radicale». Fra le voci del bar squilla quella di Mario Cocciu, sindaco nei primi anni Ottanta e successivamente senatore. «Serve uno sponsor – afferma convinto, mentre aiuta il titolare a sistemare una vaschetta di gelato in freezer –. Se fossi ancora sindaco avrei aggregato gli imprenditori della zona che, fra multinazionali e locali, non avrebbero difficoltà a sostenere la squadra».
Passato e presente
Superata la rotatoria di via Roma, il vento porta dritto al Crossroad Cafè dove il proprietario, Gianluca Caboni, parla con i clienti da dietro il bancone. «Abbiamo perso una fetta di spettacolo e di cuore». Sulle sensazioni di quest’anno è già sicuro. «Immagino le domeniche: deserto, zona spenta, tutto fermo». Tremano anche le casse. «Perderemo clienti, qui facevamo anche i biglietti. Non so per quale motivo non concederanno lo stadio – riflette Caboni –, ma secondo me si dovrebbe restare qua». La pensa allo stesso modo Mario Desini, tifoso bianco dal 1979, quando si trasferì in zona Bandinu. «L’Olbia deve restare qui, al Nespoli. Abbiamo tre campi in città, inaccettabile non si riesca a utilizzarne neanche uno. Perché dovremmo andare fuori?».
Eredità da custodire
Rabbia e rammarico sono sentimenti palpabili. In via Ungheria c’è il Brown Cafè. Locale che, domenica dopo domenica, ha visto la storia del club scorrere davanti alle sue vetrate. «Ci troviamo nella zona più calda, anche se qui non entrava nessuno per via delle strade chiuse. Aperti solo per garantire il servizio», ricorda Pieranna Marrone. Dal suo punto di vista è mancato l’interesse. «Non sono una tifosa, però so riconoscere la passione. È cambiato tutto, altrimenti non sarebbero arrivati dalla Svizzera per gestire l’Olbia». Oggi è domenica e al Nespoli, dunque, non si gioca. Il campo resta vuoto, all’ingresso della tribuna centrale le sole glorie del passato scolpite sulla pietra. La lapide dedicata al portiere che ha dato il nome allo stadio, il granito del centenario con il ricordo dello storico presidente Elio Pintus e una frase che suona come un invito a risollevarsi: “Un’eredità da custodire”.
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