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Olbia

L’inchiesta

Il rogo nel cantiere nautico a Olbia, 39 barche di lusso in cenere: chiesti quattro rinvii a giudizio

di Tiziana Simula
Il rogo nel cantiere nautico a Olbia, 39 barche di lusso in cenere: chiesti quattro rinvii a giudizio

Le fiamme avevano devastato “Nautica Acqua”: tra i danneggiati Giovanni Malagò e Tommaso Cavalli

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Olbia Nel giro di poche ore le fiamme avevano incenerito il cantiere “Nautica Acqua”, a Cala Saccaia, distruggendo il capannone, danneggiando due immobili confinanti e divorando 39 imbarcazioni di lusso che si trovavano in rimessaggio: yacht, gommoni e super motoscafi di marchi prestigiosi che sarebbero dovuti essere consegnati ai proprietari in vista della stagione estiva. Un incendio disastroso, con un danno di centinaia di milioni di euro. Era successo nel primo pomeriggio del 22 aprile 2025. Chiuse le indagini, la Procura di Tempio – il provvedimento è firmato dal procuratore facente funzioni Alessandro Bosco – chiede ora il rinvio a giudizio per le quattro persone finite sotto accusa.

Si tratta di Stefano Gaias, amministratore unico di Nautica Acqua”, difeso dagli avvocati Stefano Oggiano ed Ernesto Monteverde, Federico Azara, amministratore di diritto dell’impresa Myi e Oberdan Chimenti, amministratore di fatto della stessa Myi, impresa costruttrice dell’imbarcazione Maori 54, da cui sarebbe partito l’incendio, difesi dagli avvocati Sebastiano Giaquinto, Giampaolo Murrighile, Carlo Di Casola, e Giuseppe Farris.

A loro viene contestato l’incendio colposo e l’inosservanza di una serie di norme e regolamenti in materia di sicurezza sul lavoro. Il quarto è un tecnico, Alessandro Idini, accusato di aver rilasciato una certificazione falsa relativa all’impianto antincendio dell’imbarcazione Maori. È difeso dall’avvocato Marco Petitta.

L’udienza preliminare davanti alla gup del tribunale di Tempio, Federica Distefano, si terrà l’11 febbraio 2027. Dalla perizia eseguita dai consulenti nominati dalla Procura era emerso che l’incendio aveva avuto origine dall’imbarcazione della Maori che si trovava nella seconda campata del capannone, anche se non era stato possibile individuare con certezza il punto di innesco in quanto le fiamme lo avevano quasi completamente distrutto. A causarlo, un problema elettrico a bordo, che era stato segnalato nei giorni precedenti all’incendio. La propagazione delle fiamme era stata velocissima ed estesa per la presenza di materiali altamente combustibili e di numerose imbarcazioni. I periti avevano escluso un’origine dolosa dell’incendio, ma anche difetti di costruzione del natante della Maori.

Dagli accertamenti erano anche emerse una serie di carenze e violazioni alla normativa antincendio all’interno del cantiere che, secondo i consulenti della Procura, avrebbero inciso in maniera determinante sulla rapida propagazione delle fiamme: l’impianto idrico antincendio non era funzionante, né era presente il sistema di rilevazione e allarme antincendio, rilevata anche l’assenza dell’autorizzazione antincendio e di altre certificazioni. Per i periti il disastro si poteva evitare. «La disalimentazione o riparazione dell'impianto elettrico di bordo, la presenza di adeguati sistemi di protezione antincendio e l’adozione di idonee misure di controllo, avrebbero significativamente ridotto la probabilità di innesco dell'incendio, o ne avrebbero contenuto in modo rilevante lo sviluppo e le conseguenze», hanno scritto i consulenti del pubblico ministero nella loro relazione. Sono oltre quaranta le persone danneggiate, tra privati e legali rappresentanti di società di charter nautico. Tra loro anche Giovanni Malagò, commissario straordinario della Figc, e Tommaso Cavalli, figlio di Roberto Cavalli.

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