Di Maio capisca che i tempi sono cambiati

Luigi Di Maio, ministro degli esteri e leader pentastellato

SASSARI. La durata dei matrimoni è sempre legata non tanto al grado di felicità che li contraddistingue, ma dal grado di infelicità. Del resto si sa bene ormai che, come ha scritto Tolstoj in Anna Karenina “tutte le famiglie sono felici allo stesso modo e infelici ognuna a modo suo”. Ora, il menage tra Cinque Stelle e PD la dice lunga in questo senso e pare riportarci alle vicende della notissima e insoddisfatta eroina russa. Luigi Di Majo stava con Matteo Salvini, come Anna sembrava felicemente coniugata a un maschio alfa, affidabile, di grande potere, ma di fascino assai scarso, se non, in certi frangenti persino scadente, così anche il loro sodalizio pareva benedetto da tutti i cieli.

Quel matrimonio tuttavia, per quanto apparentemente solido, nascondeva le insidie di un grado di infelicità assai più spiccato di quanto paresse. Matteo Salvini infatti è un accentratore e, sotto tutti i punti di vista, il prototipo di politico “disinvolto” che ha a cuore il consenso in quanto tale piuttosto che i motivi che determinano quel consenso. Luigi Di Majo, e il movimento che rappresenta, ha addosso quell’insoddisfazione politica e culturale che contraddistingue chi non ha avuto il tempo di elaborare la propria biografia politica.Come Anna, sa, nell’ordine, di volersi meritare di più, ma anche di doversi accreditare per guadagnarsi sul campo, e cioè nel territorio della politica agita, quei riconoscimenti a cui ardentemente aspira. Il PD di Zingaretti giunge come il conte Vronskij: è indebolito dall’usura dei corridoi, impigrito dagli allori, satollo di buone intenzioni, ultimo pargolo di una politica della vecchia guardia legata a forme desuete che si allontanano sempre più dal cittadino e dall’elettore.

Passare dall’uno all’altro, cioè dal prepotente Salvini al volitivo Zingaretti, ha significato non tanto accedere a un’ipotesi di felicità, quanto abbassare il grado medio di infelicità. A differenza di Anna, se di suicidio si parla, nel caso del Movimento Cinque Stelle, non sarà né epico, né volontario. Ma sarà inevitabile se si continua a pensare di trattare in una condizione di vantaggio che non si ha più da tempo. Anche nel romanzo di Tolstoij il vero problema di Anna era di non capire fino a che punto i tempi stavano cambiando, e quindi di ritenere che, nonostante avesse cambiato le carte in tavola, potesse ancora pretendere di gestire la partita.

Ecco dunque che con la stessa sicumera con cui firmò contratti di governo disattesi con Salvini, oggi Di Majo ripropone lo stesso sistema con Zingaretti. Ragiona come se non capisse quanto sostegno ha perso e come se volesse ignorare che modificare il grado di infelicità delle situazioni, qualche volta significa rendersi conto che bisogna cambiare punto di vista. Un ennesimo contratto di governo dei Cinque Stelle col PD non serve a nulla se non è stipulato tenendo conto della realtà e cioè che quel Salvini che non ha nemmeno bisogno di essere coerente per avere consenso l’hanno creato, nutrito e consolidato loro. Un nuovo linguaggio, che andrebbe ascoltato, si sta diffondendo: è un appello alla consistenza, alla ragionevolezza e all’empatia.

Qualcosa che ci dà il grado di infelicità e insofferenza di intere generazioni rispetto al livore, al sospetto, all’odio diffuso che hanno contraddistinto questi tempi piuttosto infelici. La nostra eroina per non essere riuscita a prevedere i tempi nuovi decise di buttarsi sotto un treno. Dunque Anna, Di Majo, fateci vedere che questa volta avete capito.

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