Pasqua e pandemia: cari egoisti oggi fermatevi a pensare

Tutti devono rassegnarsi all’idea che, quando si vive in una collettività, una scelta fatta su se stessi ha un’eco profonda su tutti quelli che ci stanno accanto

Un anno fa, ignari delle complessità insite in una pandemia, ci illudevamo di poter festeggiare questa Pasqua finalmente liberi. Liberi di uscire, liberi di respirare, liberi di abbracciarci. Liberi dalla paura. Ci pareva impossibile ciò che oggi è assolutamente evidente: le nostre scelte quando non possono determinare gli avvenimenti ne determinano, tuttavia, il peso. E ne amplificano, o ne riducono, le conseguenze. Siamo, volenti o nolenti, comunità che devono ragionevolmente vivere fianco a fianco. A scuola, al lavoro, in parrocchia, in piazza. Siamo cioè individui che devono continuamente essere in grado di armonizzare le scelte individuali e quelle collettive.

E devono rassegnarsi all’idea che, quando si vive in una collettività, una scelta fatta su se stessi ha un’eco profonda su tutti quelli che ci stanno accanto. A ben guardare questa pandemia ha messo in crisi soprattutto la nostra presunzione che in una società matura si possa prescindere da quel compromesso che è richiesto dal vivere reciprocamente a ridosso.

E questo anche se finora ci è sembrato di poter vivere in un condominio – che cos’è di fatto una Nazione se non un immenso condominio? – come se vivessimo in un’isola deserta. Semplicemente portare la mascherina è un sintomo di questo senso comune, di questo minuscolo sacrificio che si fa nell’ottica della scelta individuale con crisma di scelta collettiva. Chi ne denuncia l’obbligo, chi ritiene quell’obbligo un abuso, è come se denunciasse l’obbligo delle lenti da vista per un miope alla guida.

Voi fareste salire qualcuno dei vostri cari su un autobus condotto da un autista con la vista debole e obiettore di occhiali? Se esistono le difficoltà a portare la mascherina figuratevi a portare gli occhiali con i mal di testa, il bruciore agli occhi, il fastidio al setto nasale che ne consegue: ne so qualcosa, sono “quattrocchi” fin da bambino. Evitare la mascherina è come evitare gli occhiali, negare la pandemia è come negare la miopia. Insomma ribadire il diritto a non vedere bene può essere sacrosanto, basta che non sia esercitato dal cardiologo che mi sta operando a cuore aperto o dal pilota dell’aereo di linea su cui mi trovo.

Il senso di un’altra Pasqua “attenzionati”, rifugiati nelle nostre case, bendati, può rappresentare un richiamo ulteriore a ragionare sulle azioni positive che possiamo fare per rendere quest’esperienza fatale utile ai fini di un futuro migliore.

Abbiamo perso quell’illusione di onnipotenza che ha contraddistinto, e ancora purtroppo contraddistingue, molte decisioni scellerate.

L’idea per esempio che il punto delle pandemie sia di stabilire “di chi è la colpa” piuttosto che riunire le energie sociali per fronteggiarla. I focolai peggiori sono quelli che hanno affrontato la fase pandemica come se fosse una piaga biblica, che hanno sostituito col livore sociale la ragionevolezza e il buon senso.

I politici, gli operatori sanitari, gli amministratori locali, gli insegnanti negazionisti sono soprattutto ansiosi di trovare un responsabile piuttosto che una soluzione immediata.

E ora siamo qui che aneliamo alla Pasqua delle cene fuori, delle feste, dei regali, senza considerare abbastanza che quella è la Pasqua festeggiata dal consumismo. L’altra Pasqua, quella autentica, non ha bisogno di nient’altro che di concentrazione interiore e spirituale. L’altra Pasqua, quella autentica, ci richiamerebbe a una tendenza più efficace nei confronti del bene collettivo. E se ben declinata ci restituirebbe al mondo più responsabili, più generosi, più profondi.

Ma tutto questo lo capiremo quando finalmente si degneranno di vaccinarci tutti, quando cioè, liberi dall’umiliante ridimensionamento di questa stagione, potremo misurare fino a che punto, e con quanta smemoratezza, ritorneremo al nostro incosciente delirio d’onnipotenza.
 

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