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Il commento

Guerra e informazione, i ragazzi hanno bisogno di essere ascoltati

Guerra e informazione, i ragazzi hanno bisogno di essere ascoltati

Il bombardamento di notizie deve essere controbilanciato da un’adeguata possibilità di ascolto e accoglienza dell’impatto emotivo che tutta questa complessità ha sui nostri giovani

24 ottobre 2023
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Quanto è grande questa tragedia. I telegiornali non parlano che di guerra. Ospedale buttato giù, missili israeliani, missili palestinesi. Responsabilità non chiare. Hamas, Israele, Palestina, Bruxelles, ma ancora Ucraina, Russia. I social sono bombardati di immagini e scene terribili. Persone che ballano e vengono sparate da altre che atterrano su deltaplani. Bambini recuperati da sottoterra, travolti da missili. Morti. Umiliazioni e vilipendi su cadaveri.

Cosa sta succedendo intorno a noi? Cosa sta succedendo dentro di noi? Lo percepiamo nella raccomandazioni prima di partire: «Attento, evita luoghi troppo affollati. Che non si sa mai». Lo percepiamo nei nostri pensieri: «Mm… forse non è il momento migliore per partire». Lo percepiamo nelle nostre pance, quella sensazione silenziosa e strisciante di vulnerabilità che fa da sottofondo alle nostre giornate e alle nostre attività quotidiane.

E sui ragazzi che impatto ha tutto questo? Non ci illudiamo che non siano toccati da questo clima di terrore che aleggia nell’aria. Oltre la tv, internet pullula di commenti e informazioni rispetto a quanto sta accadendo. Se si cerca su YouTube conflitto Israele e Palestina, si possono passare giornate intere a sentire qualcuno che spiega e offre il suo punto di vista su ciò che sta capitando in medio oriente.

Ma questa enorme possibilità di informazione è controbilanciata da un’adeguata possibilità di ascolto e accoglienza dell’impatto emotivo che tutta questa complessità ha sulle nostre ragazze e ragazzi? Noi adulti, genitori, professori, allenatori, nonni siamo in grado di ascoltarli? Di custodirli?

Ricordo che un mese dopo lo scoppio della guerra in Ucraina mi contattò una mamma per inviarmi la figlia dodicenne per un percorso di psicoterapia. Cercava un professionista che potesse accompagnare la figlia nella gestione emotiva del conflitto. Aveva paura di dire cose sbagliate e di crearle problemi futuri. Chiaramente c’è qualcosa che non va, se affidiamo a un estraneo a pagamento, l’accompagnamento dei nostri figli nel dar senso alle sciagure che capitano nel mondo. Se ci delegittimiamo nelle nostre funzioni genitoriali per paura di sbagliare. Forse oggi più che mai c’è proprio bisogno del contrario. C’è bisogno che le figure affettivamente significative abbiano tempo da dedicargli. Non solo di professionisti. C’è bisogno di soffermarsi sulla complessità delle relazioni e delle dinamiche umane. C’è un bisogno enorme in un mondo che consuma di tutto, anche le notizie, di cogliere che il mondo non si divide in buoni e cattivi o vittime e carnefici. Che lo scontro, l’aggressività, il conflitto sono dimensioni che a volte definiscono le relazioni umane. Che il cambiamento in tutte le sue sfaccettature richiede tempo e dialogo tra le parti. Che dialogare è faticoso perché comporta il ridefinire le proprie posizioni.

E così succede tra nazioni, succede tra i popoli, ma succede anche in tutte le relazioni. Succede col proprio compagno di banco o di squadra. Succede nelle famiglie. E soprattutto succede dentro di noi, quando ci sentiamo bloccati e facciamo grande fatica a mettere insieme parti che in noi sembrano inconciliabili e che in realtà coesistono. Il senso del dovere e quello del volere, il bisogno di controllo e di libertà, la morale e l’immoralità. E i giovani più che mai oggi hanno bisogno di essere ascoltati in questo senza essere liquidati con un “Questo è giusto e questo è sbagliato” o “Hanno ragione i palestinesi” o “Hanno ragione gli israeliani”. Stare sulla complessità di ciò che sta succedendo intorno a noi non richiede risposte semplici e veloci. Richiede tempo e un percorso educativo che ci coinvolge tutti. Perciò stamani vale la pena prendersi un attimo per chiedere ai propri alunni, figli o nipoti: “Come vivi ciò che sta succedendo?”; “Se ti va di parlarne…io ci sono”.

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