La Nuova Sardegna

Cattiva beneficenza

La favola infelice del pandoro

di Giampaolo Cassitta
La favola infelice del pandoro

La vicenda del dolce il cui ricavato in parte sarebbe andato a un ospedale per bambini e invece è stato incassato da Chiara Ferragni che lo pubblicizzava, con relative scuse della influencer una volta scoperta, pone domande sulle modalità delle attività di beneficenza

04 gennaio 2024
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Il clima natalizio trasporta i nostri sguardi verso orizzonti dolci e disponibili. Siamo più ben disposti, più buoni, più portati alla socializzazione. Abbiamo nelle tasche della coscienza la voglia di regalare attraverso un bel gesto, ci piace condividere un momento, diventiamo tutti più buoni. Donare è un verbo comune di questi tempi. Farlo ci fa sentire più giusti, ci libera da quella patina di indifferenza che ci accompagna in altri giorni dell’anno. Scoprire che quel pandoro con la neve rosa acquistato per aiutare i bambini di un ospedale serviva anche per remunerare chi lo sponsorizzava non è stato bello, soprattutto se si trattava di una influencer, una di quelle seguita sui social da milioni di persone e che ha fatto della credibilità un’arma potentissima. Chiara Ferragni è rimasta invischiata in questa complicata favola moderna dove pochissimi vivevano felici e contenti e il dono è diventato un fine per far guadagnare la sua florida azienda. Quei nove euro pagati per il pandoro griffato erano destinati, al netto dei costi, all’ospedale Regina Margherita di Torino. In realtà si trattava di una donazione di 50 mila euro già elargita dalla ditta produttrice del dolce mentre i ricavi, molto più consistenti, venivano intascati dalla società che fa capo a Chiara Ferragni con un incasso milionario. La situazione è deflagrata e l’imbarazzo è stato enorme, tanto che la nota influencer è intervenuta sui social per recitare il mea culpa. «Mi sono resa conto di avere commesso un errore di comunicazione di cui farò tesoro» ha dichiarato mantenendo a stento le lacrime, aggiungendo che «da qui in avanti separerò completamente le attività di solidarietà da quelle commerciali». Poi, il lieto fine: «Donerò un milione di euro all’ospedale Regina Margherita di Torino». La favola ritorna favola e i follower vissero tutti felici e contenti. Con qualche piccola precisazione.

Donare è un atto molto personale e intimo. Farlo ci permettere di condividere le difficoltà degli altri. Essere famosi e chiedere qualcosa per qualcuno o promuovere una campagna a scopi benefici è indubbiamente un bel gesto. Renzo Arbore, per esempio, lo fa da anni con la lega del filo d’oro, alcuni attori e sportivi si prestano per campagna contro il cancro alla mammella, contro il doping, a favore di un’opera sociale altamente meritoria e tutti affermano di non pretendere nessun compenso, in quanto se così non fosse pagherebbero in termini di credibilità. Chiara Ferragni ha compreso l’errore e ha avuto la certezza di essere scivolata su un terreno molto sensibile ed è corsa ai ripari. Ha chiesto scusa e ha, come dire, rilanciato con la beneficenza, devolvendo una somma immensa, la stessa che l’Agcom le chiedeva per pratiche commerciali scorrette. Si è lavata la coscienza? Poteva difendersi in maniera diversa? Belle domande. La scelta è stata però salvifica, ha voluto eliminare qualsiasi ombra nel suo cammino, con il terrore di poter sprofondare nelle tenebre e perdere consensi.

Alla luce di questa esperienza dovremmo cominciare a chiederci se tutte le richieste di beneficenza siano trasparenti e porre attenzione su dove finiscono tutti gli incassi, quale percentuale arriva, davvero, ai protagonisti della campagna sociale e quanti soldi finiscono, invece, nelle tasche dei vari organizzatori. Molte richieste, sempre più pressanti, sempre più “minimaliste”, sempre più vicine al nostro vivere, alla nostra città, al nostro quartiere, ci devono portare ad interrogarci ed informarci sull’esito finale. È stato acquistato davvero quel macchinario per l’ospedale? I banchi per l’asilo? La cucina per la mensa dei poveri? Anche perché queste richieste sono la sconfitta dello stato sociale, di chi, davvero, doveva occuparsi di quelle esigenze sacrosante. Dovremmo ritornare alla beneficenza pura, quella vera, quella rivolta verso gli ultimi, verso chi non riesce ad andare avanti, verso chi non ha orizzonti. E dovremmo farlo in silenzio, senza troppa pubblicità.

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