Amianto assassino, lo Stato dimentica i dipendenti Enichem

Sedilo, oltre 120 operai dell’ex Montefibre sono morti I loro colleghi oggi chiedono assistenza e risarcimenti

SEDILO. Chiedono giustizia per se stessi e per chi non c’è più. Gli ex lavoratori dell’Enichem rivendicano i diritti per troppo tempo negati ai dipendenti dello stabilimento di Ottana: la prevenzione sanitaria, il riconoscimento della malattia professionale e l’assistenza medica gratuita per chi è affetto da patologie riconducibili all’inquinamento da amianto, nonché il risarcimento alle vedove e ai figli dei dipendenti morti a causa dell’esposizione alle sostanze cancerogene.

Secondo dati ufficiosi sarebbero oltre centoventi gli operai e gli impiegati della Montefibre che dal 1997 a oggi sarebbero morti a causa di carcinoma polmonare, di neoplasie alle vie respiratorie, all’apparato orale e all’intestino. «Non tutti questi casi sono certificati, ma il sospetto che siano dovuti all’esposizione all’amianto è altissimo e per capire qual è la reale situazione nel territorio solleciteremo i sindacati e i sindaci del territorio perché reclamino uno studio epidemiologico», ha annunciato Renzo Puggioni ieri a Sedilo davanti a una trentina di persone.

Il coordinatore dell’Associazione esposti amianto del Centro Sardegna si è fatto portavoce della rabbia e dell’indignazione degli ex lavoratori che per responsabilità altrui hanno respirato la polvere killer ignari delle conseguenze e per di più sprovvisti delle misure di protezione. Il promotore della vertenza ha ribadito le istanze del movimento. «Chiediamo il protocollo sanitario per chiunque abbia lavorato in fabbrica: operai, amministrativi e ditte appaltatrici – ha detto Renzo Puggioni – e chi è malato dev’essere sottoposto a un’adeguata sorveglianza sanitaria e ottenere dall’Inail il riconoscimento della malattia professionale. Il risarcimento va esteso anche ai familiari delle persone decedute per cause legate alla presenza di amianto e di sostanze cancerogene».

Per chi guida la rivendicazione è prima di tutto una questione di principio. «Domandiamo giustizia anche nei confronti dei responsabili che sapevano dal 1906 che l’amianto fosse nocivo, ma non hanno fatto niente per tutelare la gente», ha affermato Renzo Puggioni, che quell’aria l’ha respirata al pari di tanti suoi colleghi. Assunto come elettricista d’area nel ’71 a Porto Marghera, nel 1974 fu trasferito nella sede Enichem di Ottana e nei primi anni Novanta cominciò a denunciare i rischi del contatto con l’amianto. All’epoca era una battaglia contro i mulini a vento. «Quando fu approvato il decreto legge che proibiva la produzione e l’uso dell’amianto l’Enichem-Anic diffuse un documento in tutte le sue sedi disponendo l’uso di materiali alternativi, ma ciononostante qua si è continuato a usarli e per giunta senza misure di precauzione – ha affermato l’ex dipendente svelando dati inquietanti –. A Ottana l’ultimo intervento per eliminare l’amianto fu eseguito nel 2004 a impianti fermi, ma si calcola che il picco dei malati si raggiungerà intorno al 2023 perché i tecnici per trent’anni hanno nascosto i documenti». E adesso in tanti vivono facendo un assurdo conto alla rovescia.

WsStaticBoxes WsStaticBoxes