Per Fodde la carta dell’incapacità, Carta: «Pensavo lo picchiassero»

GHILARZA. Tutto quel che accade oggi è per forza legato a quell’11 settembre 2018. Il rito abbreviato, così impone la legge, si celebra a porte chiuse. E a porte chiuse, nelle scorse settimane, c’è...

GHILARZA. Tutto quel che accade oggi è per forza legato a quell’11 settembre 2018. Il rito abbreviato, così impone la legge, si celebra a porte chiuse. E a porte chiuse, nelle scorse settimane, c’è stato un colloquio tra la procuratrice generale Liliana Ledda e il legale di Christian Fodde, l’avvocato Aurelio Schintu. La richiesta è stata quella di concordare la pena, togliere la parola ergastolo dal processo e concedere a un ragazzo, che aveva 19 anni quando fu commesso il delitto, qualche attenuante che facesse calare la pena a 30 anni. La richiesta però non ha trovato sponda nella pubblica accusa e così ieri ci si è ritrovati in aula e il primo passo è stato ancora una volta quello della difesa di Fodde. Per l’autore materiale dell’omicidio – fu lui a spaccare il cranio a Manuel Careddu colpendolo ripetutamente con una pala – è stata riproposta la richiesta di valutare l’incapacità di intendere e volere al momento del delitto.

L’avvocato Schintu ha anche sostenuto che il vero movente non fosse legato al debito di droga che i cinque amici avevano contratto con la vittima, ma al fatto che questi fosse andato direttamente a casa di Giada Campus, fidanzatina di Fodde, per reclamare quei soldi e quindi potesse aver messo in allarme la madre della ragazza. La paura di Fodde sarebbe stata che un sospetto della donna potesse portare alla fine della relazione.

La richiesta è stata però rigettata dalla Corte d’assise d’appello, di fronte alla quale poi ha preso la parola Riccardo Carta, difeso dall’avvocato Angelo Merlini. È suo il terreno nelle campagne di Soddì, in cui avviene il delitto. Ma l’imputato, come già aveva fatto in primo grado, con spontanee dichiarazioni, ha affermato di aver ignorato quali fossero le intenzioni dei suoi quattro amici. Ha ripetuto che pensava che avrebbero solo dato una lezione a Manuel, senza ucciderlo, e che la pala era sul cassone del suo mezzo da lavoro, come in qualsiasi altro giorno. Sono parole che faranno breccia sulla corte oppure cadranno nel vuoto davanti a quelle dette dagli altri due imputati nei loro interrogatori in fase di indagine e come si evince anche in qualche brano delle intercettazioni in cui lo si chiama in causa prima dell’omicidio?

Per ora non è intervenuto e attende il momento dell’arringa l’avvocato Antonello Spada, difensore di Matteo Satta, il ragazzo che tenne i telefonini di tutto il gruppo lontano dal luogo dell’esecuzione per creare così un alibi ai cinque. (e.carta)

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