Tempesta sui “medici in affitto”

Il sindacato Cimo: «Il Centro di emergenza di Ghilarza viaggia a una media di 6 visite al giorno»

ORISTANO. Nei primi quattro giorni di attività vi hanno fatto ingresso 24 pazienti, 6 al giorno. Di questi, 8 ovvero un terzo del totale sono stati controllati e poi inviati al Pronto Soccorso del San Martino, perché il Delogu non aveva gli strumenti adeguati per poter garantire l’assistenza. Numeri, ma non solo. La tempesta perfetta, l’ennesima, sta per abbattersi su un pezzo di sanità locale. L’apertura del Centro di emergenza territoriale all’ospedale Delogu di Ghilarza, resa possibile grazie all’affidamento del servizio a una ditta esterna all’Assl, macina polemiche. Prima il botta e risposta tra il commissario Assl, Antonio Francesco Cossu, e il commissario Ares-Ats, Massimo Temussi; poi il consigliere regionale Domenico Gallus, presidente della commissione consiliare per la Sanità, che aveva chiesto la testa proprio del commissario dell’Assl di Oristano; ora la presa di posizione dei sindacati: è di Giampiero Sulis, il segretario aziendale del Cimo, il Coordinamento italiano dei medici ospedalieri.

Non usa certo parole tenere verso il servizio tanto apprezzato dal comitato di cittadini in difesa dell’ospedale di Ghilarza, sponsorizzato dallo stesso Domenico Gallus, ma accolto con più di una perplessità dal personale dell’Assl che sinora è rimasto silente, anche se in corsia i mugugni iniziano a essere insistenti. Sotto la cenere cova l’incendio perché i numeri di un servizio che costerà un milione di euro, al momento, non sembrano andare nella direzione sperata ovvero quella di rimettere in carreggiata l’ospedale che si voleva togliere da un declino che sembrava inesorabile.

I sostenitori del progetto dicono che è comunque un passo in avanti rispetto al nulla precedente e che la sanità non si baratta con ottimizzazioni della spesa. Fatto sta che le cifre paiono, per il momento, un problema. Al San Martino, per garantire l’apertura del Pronto soccorso, un medico prende 480 euro lordi. Con lo stesso turno di lavoro, che va dalle 20 di sera alle 8 del mattino, alla società veneta Mts Group vengono riconosciuti 960 euro. Il tutto per un carico di lavoro, stando almeno ai primissimi giorni, di 1 a 10 rispetto a quello sostenuto da chi indossa il camice a Oristano.

«Inizio dal fatto che c’è stata una mancanza di informazioni sull’apertura del centro di emergenza territoriale o punto di primo intervento – esordisce Giampiero Sulis (Cimo) –, nonostante l’informativa sia espressamente prevista quando ci sono dei cambiamenti nell’organizzazione del lavoro. A oggi non conosciamo l’attività che viene svolta all’interno di questa struttura né se e quando sia stata effettivamente accreditata. Sappiamo che il servizio è stato affidato alla ditta esterna Mts Group, ma non sappiamo chi ci lavori né come ci lavori. Sono medici specialisti? In che settore? Hanno accesso alle strutture informatiche aziendali e in che modo? In che modo richiedono consulenze ed esami e a carico di chi sono le spese? Non sono dettagli perché da queste informazioni deriva una serie di obblighi e di profili di responsabilità che è necessario conoscere. Inoltre, in che modo si interfacciano con il personale dipendente presente in sede o nell’ospedale San Martino che rappresenta il DEA di riferimento? È stato individuato e nominato il referente che avrebbe dovuto fare da tramite come prevedeva il bando?».

E mica finisce qui. Ancora Giampiero Sulis: «È da chiarire l’aspetto del trasporto del paziente verso il DEA o altri presidi, dato che la postazione del 118 di Ghilarza risulta spesso sguarnita. E un capitolo a parte riguarda le risorse destinate al Centro di emergenza territoriale che appaio ingenti se si considera che sono destinate a un servizio che, quando era aperto come Pronto soccorso, aveva un’affluenza media di dieci pazienti al giorno. In quello di Oristano è di 90 al giorno e al San Martino i medici in servizio sono solamente sette». Numeri, ma non solo.

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