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Tribunale

Sassari, il pm: «Gli schiaffi della maestra agli alunni non erano maltrattamenti» – Chiesti 4 mesi

di Nadia Cossu
Sassari, il pm: «Gli schiaffi della maestra agli alunni non erano maltrattamenti» – Chiesti 4 mesi

Per l'accusa: «Quelli dell’insegnante erano eccessi educativi». Ma per la parte civile il ruolo non ammette alcuna forma di violenza

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Sassari Si è aperta con un cambio di prospettiva da parte dell’accusa l’udienza di giovedì davanti al gup Giampaolo Piana nel procedimento a carico della maestra sessantenne accusata di aver maltrattato alcuni alunni della sua classe dell’infanzia all’istituto comprensivo Pertini-Biasi. Fatto per il quale era stata arrestata dalla squadra mobile.

La novità è arrivata proprio dalla Procura: il pm Angelo Beccu ha infatti derubricato l’accusa da maltrattamenti ad abuso dei mezzi di correzione, chiedendo per l’imputata una condanna a quattro mesi. Una valutazione che, pur riconoscendo come provati i fatti contestati, li inquadra in modo diverso sotto il profilo giuridico. Secondo il pubblico ministero, infatti, non si sarebbe trattato di una condotta sistematica di violenza – non una modalità abituale di gestione della classe – bensì di reazioni, seppur eccessive e sproporzionate, a comportamenti ritenuti problematici da parte di alcuni bambini. In sostanza, la maestra avrebbe oltrepassato i limiti consentiti nell’esercizio del potere correttivo, eccedendo nei mezzi utilizzati.

Di segno opposto la posizione della parte civile, rappresentata dall’avvocato Stefano Porcu che tutela i genitori dei bambini, che ha insistito per il riconoscimento del reato di maltrattamenti. Secondo il legale, il ruolo dell’insegnante non ammette alcuna forma di violenza, neppure minima: ogni condotta aggressiva nei confronti dei minori, anche se episodica, integrerebbe quindi il reato più grave. La distinzione è centrale: mentre l’abuso dei mezzi di correzione presuppone l’esistenza di strumenti educativi legittimi che vengono utilizzati in modo eccessivo (un esempio: il genitore che dà al proprio figlio uno schiaffo e gli provoca una lesione eccede nell’uso dei mezzi di correzione), nel caso degli insegnanti – sostiene la parte civile – l’uso stesso della violenza non è mai consentito, e dunque non può parlarsi di “abuso” di qualcosa che non è in alcun modo lecito.

Il procedimento ripercorre una vicenda venuta alla luce lo scorso maggio, quando la maestra era stata arrestata in seguito a un’indagine della squadra mobile, avviata dopo le segnalazioni della dirigente scolastica. A far scattare l’intervento delle forze dell’ordine erano stati alcuni episodi osservati da colleghi e ritenuti preoccupanti, tra cui strattoni e tirate d’orecchi ai danni di un bambino di tre anni. Da qui la decisione di installare telecamere all’interno della classe.

Le immagini raccolte dagli investigatori avevano documentato una serie di comportamenti ritenuti violenti: calci alle gambe, colpi alla testa e alla schiena, strattoni, sculacciate e bambini sollevati di peso e rimessi sulle sedie. Scene che, in fase cautelare, erano state definite dal gip come espressione di metodi educativi in contrasto con l’ordinamento.

Nel corso dell’udienza, celebrata con rito abbreviato condizionato, l’imputata aveva reso dichiarazioni spontanee, parlando a lungo e a tratti in lacrime. Aveva ammesso le difficoltà nella gestione della classe, attribuendole anche alla presenza di un bambino particolarmente problematico e alla mancanza di adeguato supporto. Aveva riconosciuto alcuni episodi – da lei definiti “buffetti” o interventi energici per contenere i piccoli – negando però qualsiasi intenzione di fare del male.

L’udienza è stata rinviata al 14 maggio per la discussione della difesa e la sentenza.
 

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