Alghero, polemica per il trasferimento della tartaruga

La storia di "Genoveffa" regina dell'acquario catalano, dopo 34 anni potrebbe tornare in mare aperto, ma per gli esperti rischierebbe di non sopravvivere

ALGHERO. E' polemica in città per il trasferimento della tartaruga marina "Genoveffa", per 34 anni "regina" dell'acquario.

La storia della tartaruga, che pubblichiamo integralmente, è ben raccontata da Giovanni Pala, responsabile di Mare Vivo per la Regione Sardegna per oltre venti anni.

Genoveffa, una storia italiana

Salve a tutti! Mi chiamo Genoveffa, ho circa 50 anni e peso circa 60 chili; da qualche giorno mi trovo in un posto nuovo e, non mi vergogno ad ammettere che il mio umore tende verso il basso, inteso non come mare profondo, ma come condizione psicologica. Se avete un po’ di cristiana pazienza, voglio raccontarvi la mia storia.

Dopo aver girovagato da un mare all’altro per i primi quindici anni della mia vita, nel lontano 1977 mi ritrovai, come capitava e capita ancora adesso a noi tartarughe Caretta Caretta, quasi in fin di vita, con un amo da palamito per pesci spada conficcato in gola, filo di nailon che avvolgeva strettamente collo e pinne e senza riuscire a nutrirmi per alcuni mesi. Sarei certamente passata a miglior vita se un pescatore buono (eh, sì, non sono tutti senza cuore!) non mi avesse preso a bordo della sua barca e, sapendo che nella città catalana c’era un tizio di origini lombarde che aveva particolari predilezioni per gli abitanti del mare, ma in particolare aveva dato bella prova di sé, ospitando e curando alcune mi sorelle che erano incappate nella mia stessa disavventura, mi affidò alle sue cure. Pur non essendo un veterinario, quel continentale, come i miei amici sardi chiamano quelli che abitano nello stivale, mi ha operato, curato con antibiotici e vitamine, alimentato forzatamente con cibo liquido fino al mio perfetto ristabilimento.

Devo ammettere sinceramente che, ad avvenuta guarigione, mi aspettavo che il mio benefattore mi rimettesse nel mio ambiente naturale a fare la vita di tutte le Caretta Caretta, con le cose belle e anche con tutti i rischi che nel mare noi corriamo in continuazione. Invece Sergio, forse preoccupato che andassi ad impigliarmi in qualche grosso amo, decise di tenermi lontana da quei rischi.

Quella che sembrava una grande disgrazia, si trasformò in un grande colpo di fortuna, che cambiò radicalmente la mia vita. Da allora, infatti, ho vissuto da autentica signora, ospite non pagante dell’acquario che Sergio Caminiti, quel migrante di origini lombarde, aveva deciso di aprire nella città della riviera del corallo, investendovi tutte le proprie finanze. Per 34 anni ho vissuto come in un sogno, da principessa, senza che mi sia mai fatto mancare dell’ottimo cibo (rancio buono e abbondante!), offrendomi con molta vanità agli sguardi delle migliaia di visitatori dell’acquario i quali, molto spesso più che dagli squali pinna bianca e nutrice o dagli altri numerosi ospiti di diverse specie presenti nelle vasche, si lasciavano suggestionare dall’abile rotazione dei miei occhioni colorati che conferivano un’apparente malinconia al mio sguardo che, peraltro, si trasformava talvolta quasi in un invito ammiccante ai visitatori a farsi due vasche insieme a me.

Nel tempo, per attirare i visitatori e, quindi, fare contento il mio amico Sergio, avevo imparato a dare di me un’immagine che li induceva, come minimo, alla tenerezza ed avevo instaurato un rapporto meraviglioso soprattutto con i bambini che si fermavano ad ammirarmi, prima con estasiati sguardi e poi scambiando quattro chiacchiere con me.

Per la verità, devo confessare che non furono subito rose e … pesci, perché nel primo periodo della mia villeggiatura da Sergio, l’acquario fu visitato da alcuni uomini con delle strane divise, caratterizzate da una sbarra trasversale che mi ricordava qualche pesce incontrato nelle mie precedenti migrazioni. Costoro, invocando una legge della Regione Sardegna che mi includeva tra le specie da proteggere (bontà loro!) notificarono al mio benefattore l’imputazione di detenzione illegale di specie protetta e, pur consentendomi di rimanere nella mia vasca, giuridicamente mi misero sotto sequestro. Dopo quattro anni il Tribunale di Sassari mandò assolto (così dissero gli avvocati) il mio amico, perché il mio arrivo a casa sua era precedente all’entrata in vigore di quella legge della Sardegna, per cui io venni definita “res nullius”, che mi dicono essere espressione latina che significa, cosa di nessuno. Questa cosa non mi ha ferito nella mia dignità (dopo tanti anni di permanenza in Sardegna, sono diventata un po’ permalosa anch’io!), però siccome, in quanto res nullius, il signor Caminiti non si era impossessato di un bene del demanio, egli aveva pieno titolo di proprietà su di me ed io ero cosa sua. Alleluja! Abbiamo festeggiato alla grande con Sergio, io ingozzandomi di gamberoni e lui di champagne. 

Dopo questo intermezzo, fastidioso ma dimenticato, Sergio ha gradualmente ampliato il suo Aquarium ed io ho fatto bella mostra di me, appassionando per trent’anni scolaresche, visitatori e biologi marini e diventando un’ istituzione per Alghero e la Sardegna intera. In tutti questi anni, prima dell’avvento di autorizzati centri di recupero e di salvaguardia di rettili marini e cetacei, la struttura dell’Aquarium era l’unica che potesse ospitare questi animali, che continuamente venivano portati, dal mio amico Sergio in condizioni precarie, anche da Enti dello Stato; lui, con l’aiuto di veterinari, le operava, le curava, le quarantenava e, quando riteneva opportuno, le liberava in mare aperto. Tutto questo senza mai pretendere nulla per le spese sostenute. 

Pur essendo certa de profondo legame che si era consolidato tra noi, confesso che in una particolare occasione passai dei brutti momenti perché  ebbi paura che lui si volesse disfare della mia lunga presenza a casa sua. Fu quando l’Associazione ambientalisa Marevivo gli propose di liberare in mare aperto le mie consorelle Caretta Caretta che erano presenti in acquario, con la partecipazione di un centinaio di bambini delle scuole elementari che avevano partecipato ad un progetto di educazione ambientale sull’ecosistema marino. La notte che precedette l’evento non chiusi letteralmente occhio, avevo sentito che ci sarebbero state le televisioni, che sarebbe intervenuto un certo Folco Qulici, noto per la sua passione e amicizia nei confronti di noi abitanti del mare e tutto questo non mi lasciava tranquilla. Solo la mattina del giorno prescelto, dopo che vidi Sergio che, con tutte le cure e l’attenzione del mondo, caricava le altre mie quattro compagne su un’imbarcazione scelta apposta per l’evento, mi ritornò a circolare il sangue con la pressione giusta e a battere il cuore con regolarità, uscendo da una pericolosa tachicardia. 

Sostanzialmente, tutto è filato liscio fino a quando, nel 2010, due visitatori, ispirati da non so quali intenti (integralismo o dolo?) denunciarono la mia presenza alle autorità ed in seguito a questa denuncia, le solerti forze dell’ordine (gli italiani le chiamano così ma non ne ho mai capito il motivo), sequestrarono me ed un’altra mia coinquilina (pur lasciandoci temporaneamente nell’acquario) ed accusarono Sergio per detenzione illegittima di animali protetti. Questa accusa fu immediatamente smontata, alla luce di quanto già certificato dal Tribunale di Sassari nel ricordato 1982.

Quando sembrava che anche questa tempesta si fosse spenta dentro il mare, il 27 luglio scorso, si sono ripresentati in acquario alcuni uomini in divisa, accompagnati, stranamente, da alcuni signori che fanno parte del Centro di Recupero del Sinis (che, mi hanno detto, si occupano del recupero di cetacei e di tartarughe) e, esibendo un’Ordinanza del Tribunale di Sassari che stabiliva di dissequestrare le tartarughe e trasportarle nel centro di recupero del CreS, ci hanno prelevato e portato qui nel Sinis! Ohiboh! loro dicono che dopo un lungo periodo di studio e monitoraggio clinico, saremo liberate in mare.

Non ho avuto modo di chiedere che cosa pensi, al riguardo, la mia compagna di sventura, ma io sono molto preoccupata perché, dopo 34 anni di vita beata, servita, riverita e nutrita, non saprei neanche da dove ricominciare per procurarmi il cibo, come fare a difendermi dalle insidie portate dagli umani, visto che mi sono abituata a stargli vicino e ad interrelazionarmi con loro. Da quanto mi risulta, la storia di noi tartarughe Caretta Caretta non porta molti casi di mie consorelle sopravvissute in mare aperto, dopo tanti anni di vita beata dentro un acquario.

Siccome anche nel mondo delle tartarughe siamo convinte che “a pensare male sarà peccato, ma spesso si azzecca”, io credo che questi che ci hanno portato via, vogliano sfruttare il meraviglioso e disinteressato lavoro di Sergio (il quale, va precisato, non ha mai chiesto una lira né un euro per tutte le risorse di fatica e di soldi che ha destinato a me e a tante di noi), per farsi comodamente nei loro centri e laboratori tutti i monitoraggi e gli studi che gli consentano di produrre articoli ed interventi nelle più prestigiose riviste ed assisi scientifiche internazionali. 

Siccome non sono in grado di inoltrarmi nei sentieri della giurisprudenza (benché anche una tartaruga, per quanto vecchiotta e su di peso, capisce che siamo di fronte ad un sopruso - è un termine preso abusivamente in prestito dal vocabolario degli umani- quando a qualcuno viene sottratto un bene di sua proprietà, senza che sia stato commesso alcun reato), voglio invece fortemente denunciare l’offesa che è stata fatta al buon senso, perché di questo ci rendiamo conto anche noi tartarughe!

Ed infine mi chiedo: considerata la nostra storia, di Genoveffa e del mio amico Sergio, è possibile che non si rispetti neanche un legame di profondo affetto, di autentica amicizia tra due esseri viventi? Mi piacerebbe che chi ha emesso la fatidica Ordinanza e chi l’ha eseguita, avessero l’onestà ed il coraggio di dirmi - di dirci - perché. 

Come vedete, non chiedo soldi, potrei rinunciare anche ai miei tanto amati gamberoni, ma aiutatemi a ritrovare la pace e l’affetto di cui mi/ci  hanno privato. Non ho voglia neanche di muovere le mie pinne, ma vi basterà guardare la tristezza che ho negli occhi per capire che la depressione è molto vicina e la morte, anche. 

La vostra Genoveffa 
Carta d’identità: classe: RETTILI, Famiglia: CHELONIDI, ordine: TESTUDINATI, specie: CARETTA CARETTA, nome: GENOVEFFA, data di nascita: 1960 (circa), residenza: Aquarium di Alghero, abitazione attuale: Centro del Sinis (sigh).
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