Veleni di Quirra, Fiordalisi chiede 20 rinvii a giudizio

Lunga requisitoria del procuratore di Lanusei, il processo riprenderà tra un mese Respinta dal gup la richiesta di spostare il dibattimento in un’altra sede

INVIATO A LANUSEI. «E per questi motivi, signor giudice, chiedo che tutti e venti gli imputati vengano rinviati a giudizio davanti al tribunale di Lanusei». Quaranta avvocati alle sue spalle distribuiti in cinque file di banchi, un discreto numero tra generali, colonnelli, docenti universitari e chimici, in fondo all’aula un gruppo di abitanti di Perdasdefogu, qualche pastore ed ex dipendenti civili del poligono di Quirra, l’inossidabile Mariella Cao del comitato Gettiamo le basi, una giornalista arrivata dalla Serbia che cerca un traduttore di francese, e i parenti della vittime.

E alla sua destra un nebbione così fitto che Lanusei sembra sparirci dentro. Alle 16.51, dopo quattro ore e mezza di ricostruzione precisa e appassionata dei fatti, interrotta solo da una breve pausa e dal cambio del nastro di un registratore messo ko dalla ricostruzione-fiume, il procuratore di Lanusei, Domenico Fiordalisi, può pronunciare finalmente la sua richiesta finale al gup Nicola Clivio: «Rinviate a giudizio i 20 imputati».

Nelle ore precedenti, dopo che il gup aveva respinto tutte le richieste delle difesa per spostare il processo in un’altra sede che non fosse Lanusei, il numero uno della Procura ogliastrina aveva passato in rassegna, uno ad uno, tutti i passaggi chiave di una inchiesta, quella sui presunti veleni di Quirra, che gli è costata notti insonni, sinceri consensi ma anche vivaci polemiche, audizioni in Senato, decine di sopralluoghi, centinaia di verbali, e un mucchio di testimonianze cercate con pazienza certosina insieme alla squadra mobile nuorese e al corpo forestale di Lanusei. Una marea di carte che ieri ha dovuto condensare in “appena” quattro ore e mezza di ricostruzione. Con un minimo comune denominatore: «Lo Stato – ha ripetuto il procuratore – attraverso i suoi uomini nel poligono di Quirra ha violato il diritto costituzionale alla salute. Un diritto che non si può comprimere, che non ammette deroghe, neppure per i militari. Questi ultimi sapevano di non sapere, eppure non informavano la gente, e la esponevano così a un gravissimo rischio per la salute. Nessuno ha rispettato il sacrosanto principio di precauzione».

Il resto è la storia di un anno e mezzo di indagine complicatissima e dibattuta dove i venti indagati, a vario titolo, sono accusati di non aver ostacolato il disastro ambientale, di falso ideologico in atto pubblico, di omissione dolosa aggravata di cautele contro infortuni e disastri. È una storia fatta anche di agnelli malformati, acque che per l’accusa sono state contaminate, missili Milan indirizzati sui carri-bersaglio e fatti esplodere con il loro pericoloso carico di Torio radioattivo.

È la storia soprattutto – e su questo Fiordalisi batte molto – di un poligono nato nel ’56 tra mille promesse e altrettanti sogni, e poi finito, dice il magistrato, a fare anche la discarica delle munizioni e delle armi obsolete di tutta Italia: «Ne arrivavano interi carri e venivano smaltiti nel poligono di Quirra. Sollevando polveri pericolose che poi si diffondevano nell’aria. E nessuno aveva informato la popolazione del rischio. È stato ripetutamente violato il principio di precauzione».

«Lo dicevano le interrogazioni parlamentari, lo dicevano i comitati di cittadini, tutti, sin dall’inizio del Duemila, si chiedevano cosa stesse succedendo nel poligono del Salto di Quirra – continua Fiordalisi – La situazione era conclamata: lì provavano le armi di mezzo mondo, diverse società hanno sperimentato le loro armi, ma non documentavano affatto cosa stavano sperimentando. Solo dal 2006 è stata introdotta la norma che prevedeva che le società si impegnassero a non utilizzare alcuni materiali. Ma i comandanti della base sapevano di non sapere: non sapevano nel dettaglio quali armamenti stavano sperimentando nella loro base. Erano i padroni di casa ma non sapevano cosa stavano sperimentando a casa loro. Eppure lasciavano che la gente andasse nella base a raccogliere funghi, legna, asparagi. Nel dubbio, come ha rilevato una recente sentenza del Tar Sardegna, doveva scattare il principio di precauzione, dovevano essere diffuse informazioni, messe in atto le cautele necessarie».

«L’omissione più grave – continua il procuratore – commessa dagli imputati in questa vicenda, è stata di tipo informativo: avevano l’obbligo di informare la commissione Difesa, avevano l’obbligo di dire: recintate quelle aree per impedire ai cittadini di entrare e correre pericolo».

Ma il procuratore batte molto anche sul ruolo che avrebbero ricoperto gli esperti chiamati dalle varie commissioni per analizzare il poligono e accertare se effettivamente ci fossero o meno anomalie. «Lo Stato – spiega – ha cercato di verificare l’inquinamento e guarda caso ha affidato il compito all’Sgs, collegata a chi produce i missili. C’è una mail, a questo proposito, illuminante. Una mail dove il responsabile Sgs Sardegna, prima che partisse l’appalto per monitorare il poligono, scrive che tutto il progetto aveva un interesse politico per tacitare le popolazioni».

E poi, aggiunge Fiordalisi, c’è lo studio degli esperti dell’università di Siena. Per il procuratore si tratta di un «falso ideologico». «Il professor Riccobono – spiega – ha finto di cercare l’uranio, facendo un campionamento a maglia larga e cercandolo nella zona sbagliata».

Nella prossima udienza, il 12 dicembre, la parola passerà alle parti civili.

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