Scanu: «La Regione si salva se impara a fare le scelte»

Appello alle forze politiche sui grandi temi: «Non si può dire di no a tutto Sul metano occorre chiarezza. No alla lingua sarda, meglio puntare sull’inglese»

CAGLIARI. Alberto Scanu, presidente della Confindustria, sogna una Sardegna liberata dall’ipocrisia e dall’antico vizio della politica regionale «di decidere di non decidere». Gli industriali sono delusi ma resta l’orgoglio e persino l’ottimismo: «Il nostro è un problema politico, non economico», sostiene Scanu. Si può risolvere, quindi, partendo dalle cose semplici, realizzabili persino a basso costo: «Vuol sapere qual è il mio sogno»? chiede Scanu anticipando l’intervista, «una Sardegna che va avanti come una regione del Nord Europa».

Come imprenditore e presidente degli industriali cosa la preoccupa di più e quali gli elementi di speranza per il 2014?

«Dopo cinque anni drammatici di una crisi che è incominciata vent’anni fa, dobbiamo prendere atto che abbiamo perso terreno nei confronti degli altri paesi europei. Una parte dell’area euro è cresciuta, noi ci siamo fermati e siamo retrocessi. Altri sono riusciti a crescere noi no e questo per un problema di burocrazia».

Siamo un paese dove per un’impresa emiliana, (la Micoperi), è stato più facile partecipare al recupero della nave Concordia piuttosto che avere il permesso per ampliare lo stabilimento, atteso da vent’anni. E’ una follia burocratica?

«Sì, perché negli ultimi vent’anni abbiamo fatto un esercizio di complicazione. Non ritrovo nessuna attività imprenditoriale che possa essere svolta in modo più semplice rispetto a vent’anni fa. Dopo le riforme Bassanini ci sono state solo dichiarazioni d’intenti e la burocrazia ha bloccato lo sviluppo».

Assieme alla questione burocratica si è discusso a lungo della fiscalità e della zona franca. Ha un messaggio per le forze politiche in campo per le elezioni regionali?

«Spero che in questo dibattito elettorale, che fortunatamente durerà solo un mese, le forze politiche abbiano il coraggio di superare la definizione di un’idea. Noi parliamo di fiscalità di vantaggio, non di zona franca».

Sulla zona franca Confindustria pone due domande: a chi serve e chi la paga? Eppure, con la modifica dell’articolo 10 dello Statuto, oggi la Sardegna può manovrare i tributi erariali concedendo agevolazioni o addirittura esenzioni.

«E, infatti, si deve agire su questa linea. La zona franca al consumo non è nella realtà delle cose visto che dai conti risulta che la spesa pubblica è superiore alle entrate. Dobbiamo superare questo gap creando più valore aggiunto. La prima zona franca da istituire è quella della burocrazia: facciamo una prova nel punto franco all’interno del porto di Cagliari, già esistente: facciamo in modo che un’impresa straniera possa avviare la propria attività in due mesi».

Ce l’ha proprio con il settore pubblico?

«Perché c’è un sentiment negativo nella società che deriva dal fatto che il settore pubblico allargato ha un indice superiore al 70% del Pil. Gran parte della attività sono pubbliche, manca la cultura sociale che premia l’imprenditorialità».

Quindi il problema anche per le imprese è politico?

«Sì perché manca in Sardegna un dibattito che consenta di fare scelte consapevoli: si dice di no a tutto per evitare di scegliere. E’ uno spettacolo a cui assistiamo da decenni: la politica decide di non decidere».

Un esempio su che cosa la Regione ha scelto di non decidere?

«Potrei citare diversi casi, inizierei dall’energia visto che tutti paghiamo le mancate scelte: il piano energetico non c’è. Non dimentichi che la Sardegna è tagliata fuori dai benefici della riduzione del prezzo del metano e siamo l’unica regione europea a non disporre del gas».

Ormai tutti sanno che il Galsi non si farà più. La partita del metanodotto è chiusa?

«Ma quando mai? Ci sono diverse soluzioni alternative ma è impensabile che i sardi non debbano contare su una rete del gas. Come Confindustria facciamo un appello alle forze politiche perché dicano come la Sardegna potrà utilizzare il gas. In ogni caso, si tratta di decidere: possiamo costruire un rigassificatore, va rivendicata la necessità che l’isola sia interconnessa con la rete europea di trasporto del gas avviando la realizzazione del collegamento Olbia-Piombino, verifichiamo se sotto il mare ci sono giacimenti in grado di garantire l’autonomia energetica».

Sulle risorse da reperire nel sottosuolo sono sorte mille polemiche per le trivellazioni ad Arborea. Come mai?

«Nessuno ha voluto capire se è vera l’ipotesi che la Sardegna sia sdraiata su un letto di gas. Sarebbe importante capire se c’è e se è sfruttabile, se dobbiamo continuare con le centrali a olio combustibile o puntare sulla riconversione delle centrali. E’ in gioco la competitività di tutto il sistema. Dobbiamo smettere con la logica dei No a prescindere. Dobbiamo spogliarci delle ideologie, confrontarci sulle cose concrete».

Qual è una cosa che la lascia perplesso e fa dire anche a lei un No deciso?

«Mi preoccupa il continuo richiamo alla lingua sarda e la mancanza di enfasi allo studio dell’inglese. A chiunque vinca chiedo l’impegno di realizzare il sito della Regione anche in inglese: abbiamo bisogno di aprirci».

Una grande opportunità sottovalutata in Sardegna è l’economia del mare?

«Assolutamente sì, ma dobbiamo recuperare. Ora a Cagliari opererà Luna Rossa e noi chiederemo un progetto di sviluppo per il settore della vela tenendo conto che esiste un centro di eccellenza a Caprera. Se riusciamo a superare i campanili e mettiamo le cose insieme possiamo attrarre investitori stranieri. Abbiamo un’idea di quanti investimenti può portare la nautica di altissimo livello»?

Magari ricorrendo alla fiscalità di vantaggio?

«Certo, la prima forma di sperimentazione la possiamo attuare nei sei punti franchi doganali mirandola proprio al settore della nautica».

Gli industriali sono d’accordo sulla modifica del Ppr?

«Anche questa non può essere una battaglia ideologica. C’è una parte del Ppr che non cambia rispetto a quanto scritto nel 2006 ma un’altra parte doveva avere una valenza temporanea e quindi siamo in ritardo nel cambiarla».

Expo 2015 a Milano è un’occasione per rilanciare l’immagine del Paese ma anche la Sardegna potrà approfittarne?

«Deve essere un’occasione anche per noi. L’Expo si basa su due grandi temi, alimentazione ed energia, due grandi temi su cui possiamo essere un modello. Una vetrina decisiva».

Non sarà facile attrarre turisti con la crisi del sistema trasporti.

«E’ stata fatta una battaglia contro le compagnie e non contro chi ha fatto le scelte sulla privatizzazione. Comunque è stato calcolato che ci sono 160 tipi di turismo e noi ne facciamo un solo: quello del mare».

Su chi possiamo contare perché si avveri il suo sogno di una Sardegna “liberata”?

«Penso a una grande alleanza dei giovani sardi in giro per il mondo. Oggi vanno via dall’isola e potranno tornarci solo se le cose cambieranno. Altrimenti verranno qui solo per le vacanze e sarà una grande sconfitta per la Sardegna».

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