Cronista di razza in un’era tumultosa
Dalle inchieste coraggiose sui grandi settimanali alla direzione della Finegil
di LUIGI VICINANZA
Ha provato a far luce sulle trame oscure degli anni ‘70 e ’80; ha messo insieme i tasselli delle relazioni inconfessabili tra mafia e politica; ha raccontato l’Italia peggiore avendo in mente l’ideale di un’Italia migliore. Un paese che ha percorso in lungo e in largo, da Bolzano a Salerno, dall’Abruzzo alla Sardegna, innamorandosi dei cento campanili e dei loro giornali cittadini che ne raccontano vizi e virtù.
Cinquant’anni di giornalismo vissuti intensamente. Maurizio De Luca, scomparso ieri mattina, 71 anni compiuti a marzo, rappresenta per questo giornale molto più di quanto appaia. Aveva intrapreso il mestiere di giornalista quasi ragazzino alla “Nazione”, il giornale della sua città, Firenze da cui aveva appreso lo spirito cosmopolita e la battuta pronta. Lui schivo, riservato, fuori dal circuito mediatico televisivo, era pronto a battersi per le sue idee con la saggezza e l’arguzia che lo hanno caratterizzato. Fino all’ultimo. Fino a pochi mesi fa, quando ha pubblicato per Laterza un libro cui teneva molto: un’intervista incrociata a due magistrati tanto discussi quanto protagonisti delle più intricate vicende italiane, Gian Carlo Caselli e Antonio Ingroia. Li aveva riuniti nella sua casa di Roma – zeppa di libri, dischi e quadri – facendoli dialogare su quella mafia che in questi anni ha cambiato pelle, ha ucciso sempre meno e ha riciclato sempre più capitali sporchi. Un potere eversivo che si è mosso senza rumore: “Vent’anni contro. Dall’eredità di Falcone e Borsellino alla trattativa”, questo il titolo del libro che ha presentato a dicembre 2013 nella Capitale e a inizio di quest’anno a Palermo; le sue ultime uscite pubbliche, già minato dal male manifestatosi a cavallo tra il 2010 e il 2011. Quando avrebbe dovuto cominciare a godersi il riposo con l’amata moglie, i figli e i nipoti.
Gli esordi alla “Nazione”, ma ben presto il cronista di razza manifesta la sua cifra professionale nel giornalismo d’inchiesta; a partire dai settimanali di qualità che raccontano un’Italia in tumultuosa pervasa da tensioni profonde. Sono gli anni esaltanti trascorsi a “Panorama” diretto da Lamberto Sechi, poi al “Mondo” e infine all’ “Espresso” dove diventa vicedirettore. Segue le tracce della massoneria deviata e della P2 di Licio Gelli; scava nel crac finanziario di Michele Sindona, avvelenato con un caffè in carcere nel 1986, su cui scrive anche un paio di illuminanti libri; racconta l’eversione terroristica (un testo anche su questo tema); indaga sui “legami segreti che per anni hanno unito taluni uomini dello Stato e i fuorilegge” come ha scritto nella prefazione al suo ultimo libro. Era giusto dunque che, molti anni dopo, nel 2009, ricevesse il premio intitolato proprio a Paolo Borsellino. Nel 1988, a 45 anni, si trasferisce in Veneto per dirigere “il mattino di Padova”, “la Tribuna di Treviso” e “la Nuova Venezia”. Ci resterà cinque anni trasferendo nel giornalismo cittadino quella stessa passione civile trasfusa nei grandi casi nazionali. Perché nulla è marginale se si intende fare informazione di qualità. La cronaca innanzitutto, il racconto dei fatti senza faziosità ma non per questo neutrale. Nel senso che ogni evento, ogni accadimento va raccontato con dovizia di particolari, ma anche inserendolo nel contesto più generale. Perché ogni fatto inevitabilmente nasconde un problema. Da esplicitare, da interpretare. Sull’onda dell’importante lavoro svolto nei quotidiani veneti De Luca torna a Roma: dirigerà prima l’Agl, l’agenzia centrale che garantisce l’informazione nazionale ed estera ai giornali cittadini, e poi – dopo Mario Lenzi - assumerà anche l’incarico di direttore editoriale Finegil, il più sofisticato e complesso sistema di editoria locale cui fanno capo 18 giornali (tra cui questo che state leggendo).
Sono gli anni in cui visita una per una le città sedi di giornali Finegil macinando chilometri in auto ascoltando l’amata musica – classica, lirica, ma non solo -; ne segue le vicende con curiosità. Era curioso De Luca; uso questa parola non a caso, perché deriva da un’altra parola: cura. Maurizio infatti metteva attenzione e cura nel seguire le vicende delle nostre città, se ne appassionava. “Alla fine diventa tua, anche se non ci sei nato” ripeteva ricordando fatti e circostanze. Lo si è visto con Salerno quando – già direttore editoriale e direttore dell’Agl – assunse per circa due anni, tra il 2002 e il 2004, la guida de “la Città”, il principale giornale della provincia ed anche quello collocato più al sud d’Italia. Il mare del Golfo di Salerno lo aveva incantato – come solo le sirene sanno fare – e ne lasciò testimonianza struggente nel fondo di saluto ai lettori. Un pezzo di giornalismo civico e intimo al tempo stesso.
Più di una generazione di giornalisti, tra i 40 e i 60 anni, gli è professionalmente debitrice. Per il garbo e la discrezione con cui svolgeva il suo ruolo. Per l’acume con cui consigliava, suggeriva, aiutava. “Ti do noia?” era l’esordio di ogni sua telefonata. E subito dopo la domanda: “Novità?”. E sapevi che era realmente interessato al tuo racconto. Costante l’esortazione a occuparsi della vita concreta dei cittadini, di essere vicini e utili alla propria comunità, di usare un linguaggio comprensibile per tutti. Perché il giornalismo non è uno sfoggio di erudizione, ma un servizio per i lettori. Perché ogni vicenda complessa deve essere spiegata in modo chiaro. A livello nazionale come su scala cittadina. E’ il cerchio di una vita giusta che non si spezza anche dopo la morte.