Da Sarawak all’isola di Labuan, la spedizione italiana in Borneo nei diari di Giacomo Bove
In un brano del registro di bordo i mari e la giungla delle “Tigri di Mompracem” Un lavoro di recupero storico curato dal docente dell’Università di Sassari
DI GIACOMO BOVE
Data, 25 marzo 1873.
Il secondo giorno che noi eravamo a Sarawak, Sua Altezza il Rajàh ci volle a pranzo, ove riunì tutte le autorità del paese. Passammo la sera allegramente e la notte la passammo all'Hotel. L'indomani andammo a fare una visita in massa a Sua Altezza il Rajah, quindi lasciammo Sarawak e facemmo ritorno al nostro bordo portando con noi gratissima memoria della colonia europea di Cucing e specialmente poi di Sua Altezza il Rajah e della sua consorte.
Nel giorno stesso si accendono due caldaie, ma siccome non si poté essere pronti per l'ora dell'alta marea così si aggiornò la partenza lasciando le caldaie in piccolo alimento. Nella notte fuggi da bordo il marinaio De Carli sotto giudizio per aver risposto ad un ufficiale. Il come sia scappato è ancora oggidì un segreto. Avvisatone immediatamente le autorità, queste dopo lunghe ricerche lo presero e lo inviarono al console di Singapore, il quale ottenne che fosse chiuse nelle prigioni coloniali di Singapore, ma anche qui seppe eludere la vigilanza dei fucili inglesi e se ne scappò.
Alle 8, alimentati i fuochi delle caldaie, salpammo l'ancora ed alle 10 lasciavamo lo stretto ancoraggio di Quop. Scendemmo il fiume colla marea montante e già credevamo esserne completamente liberi, quando il bastimento urtò sopra di uno scoglietto posto in mezzo al fiume e che non era marcato nelle carte. Fu arrestata immediatamente la macchina e gettata l'ancora. Fu quindi ammainato un battello il quale doveva servire per l'ufficiale di rotta e me destinati a scandagliare il fondo intorno al bastimento. Ci mettemmo all'opra con tutto l'interesse che possono dettare questi casi, ma con nostra sorpresa, tutto all'intorno del bastimento sino a gettare lo scandaglio sotto il piano della nave era più che suffi ciente a far galleggiare la nave. Evidentemente lo scoglio che aveva arrestato il corso del "Governolo" doveva essere ben piccolo; una punta accuminata. Durante il tempo, brevissimo, che rimanemmo incagliati, si presero esatti rilevamenti della nostra posizione per determinare anche quella dello scoglio. Due ore dopo l'alta marea sollevandoci ci permetteva di uscire fuori dalla bocca del Sarawak river; ed a mezzogiorno rilevavamo Capo Sipang per ovest e Po Point per sud ovest. Al tramonto poi avevamo Tangiong Sipang per sud ovest e l'isola di Burong per sud est.
Tutto il tratto di costa di Borneo compreso tra Sarawak e Labuan è forse il piu inospitaliero di tutta la contrada nord ovest di Borneo: non porti, non città né villagi, non graziose colline coltivate, non ameni prati nei quali vagano ricche mandrie di bufali o coperti da migliaia di vividissime ardee, non monti scoscesi d'orrida bellezza: sempre la monotona foresta si para d'innanzi come una macchia oscura impenetrabile, malsana, appena qua e là variata da qualche gigante che rompendo li abbracci delle liane che lo vogliono trattenere al suolo, erge le sue braccia ad altezze smisurate, e spicca di lontano sul fondo del cielo come castello diroccato. Il mare istesso è silenzioso come le coste che egli bagna; le sue acque che si agitano su bassi fondi e colla marea ora vi addentrano ed ora si ritirano da fiumi o da mangrove fangose, non hanno il bel colore d'indico degli altri mari. Quivi bisogna andare a tastoni per non incappare in qualche scoglio insidioso, lo sguardo vigile, lo scandaglio alla mano, ed il portavoce della macchina alla bocca. Non una vela attira su di sé gli sguardi del marinaro avido di novità, perché raramente una nave a vela, eccetto che non voglia rimontare contro il monsone di nord est al riparo delle isole Bisaie, verrà a cacciarsi in questo insidioso canale fra i bassi fondi della costa Borneo e quella miriade di banchi corallini che vanno ostruendo lentamente il mare di China.
Dopo tre giorni di lenta navigazione giungemmo d'innanzi all'isoletta di Labuan. Quest'isola è lunga dodici miglia e lontana dieci dalla foce del fiume Bruné. La parola Labuan in malese significa ancoraggio, porto, e forse l'isola è così chiamata perché presenta dalla parte di Borneo ai praw malesi un buon riparo contro il grosso mare sollevato dal monsone di nord est. Situata vicino a Bruné pareva destinata a diventare l'emporio commerciale dalla parte nord di Borneo. Ma i fatti dimostrarono il contrario, tanto che ora l'Inghilterra, padrona d'un troppo gran numero di colonie, pare si curi più poco anche di questa come di molte altre. Infatti il commercio con quelle popolazione semiselvagge si limita a proporzioni meschine, e la pressione che da Labuan possono gl' inglesi esercitare sopra di un'’impero cadente, senza forza né materiale né morale, ha fatto di Labuan un punto di nessuna importanza, eccetto che non sia una cosa importante per gli inglesi l'impedire che altri metta i piedi in quei luoghi dove essi li hanno messi, fossero pure le macerie di Balambangan, dove chiamano ancora vendetta gli infelici coloni massacrati tutti in una notte dai pirati di Sulu. Né basta a sostenere in vita la colonia di Labuan l'avere una miniera di carbone a Raffles Point, poiché come dirò in seguito questo carbone è di infima qualità e molto bituminoso, abbrucia le griglie dei forni, sviluppa molto fumo e poco calore, quindi non può essere impiegato se non in caso di estrema necessità, né esportato può sostenere la concorrenza coi carboni giapponesi, dell'Australia o di Sarawak. Onde è che l'Inghilterra, dalla quale ora dipende direttamente la colonia, pare voglia lasciarla alle cure dell’insediamento di Singapur.
A mezzogiorno del 29 demmo fondo nella rada di Vittoria. Questo è il principale stabilimento della colonia, composto dell’alta asta del Flag Staff, di una locomotiva stradale gettata in un fosso e di una dozzina di grosse capanne abitate da negozianti cinesi. Questi incettano il pepe, il sago, la canfora, i nidi di rondine, il tripang, i pesci secchi e tutti gli altri prodotti che vi portano i praw malesi dalla vicina costa di Borneo, e danno loro in cambio le più cattive tele bianche e nere che si fabbricano in Inghilterra espressamente sotto il nome di grey shirt, collane di vetro e armi.