Shakespeare, fedeltà e tradimento
L’autore di “Amleto” al cinema, una storia infinita da Laurence Olivier a Kenneth Branagh
Sakespeare al cinema. Si può fare un bilancio in occasione del 450° anniversario della nascita? Stando al documentato elenco dell’Internet Movie Data Base (IMDB), la prima apparizione filmica di un testo shakespiriano è del 1899: s’intitola “Scene di duelli del Macbeth”. Seguono due Amleti, sempre incentrati sui duelli, e infine, prima della scadenza del secolo, appare “Romeo e Giulietta”: presumibilmente la gamma dei duelli, in questo caso, sarà stata alternata alle scene d’amore. Questi tre copioni saranno comunque, per tutti i centodiciannove anni di storia del cinema, i più frequentati da registi e produttori. Per curiosità, si possono elencare anche gli altri testi in classifica, almeno nei “top ten”: “Otello”, “Sogno di una notte di mezz’estate”, “Re Lear”, “Giulio Cesare”, “La tempesta”, “Riccardo III”, “Il mercante di Venezia”. Complessivamente, si tratta di qualche centinaio di opere, sparse in ogni continente, con un’ovvia prevalenza europea e statunitense. Impossibile è, invece, un’accettabile elencazione dei film indirettamente shakespiriani.
Esemplificando, durante una puntata di “Hollywood Party”, è stato chiesto agli ascoltatori quale fosse il film più bello tratto dalle opere del drammaturgo inglese. È risultato vincitore “Vogliamo vivere” di Ernst Lubitsch, girato nel 1942, e rifatto da Mel Brooks nel 1983. Ma quei film non sono precisamente delle trasposizioni dirette shakespiriane. Del resto, se si sta sulla strada maestra dello Shakespeare originale, è certo che la filologia è ormai una questione di testi scritti – bellissimi da leggere, peraltro – e che, per tutto il Novecento, i suoi personaggi, tra scena e schermo, hanno alternato un’impossibile fedeltà fatta di scene e costumi cinque/secenteschi e di recitazioni asettiche e perfette, con una continua rimessa in gioco delle forme e dei contenuti del suo teatro. Qualche anno fa, nella stagione della Cedac, venne appunto presentato uno “Shylock” diretto da Roberto Andò e intepretato da Moni Ovadia e da Shel Shapiro: una sorta di rilettura ebraica del discusso personaggio de “Il mercante di Venezia”. E ancora più recente è un Amleto modernissimo, quasi surreale, discendente di Carmelo Bene, diretto e interpretato da Filippo Timi. Ma proprio nei mesi scorsi, il Teatro Stabile di Catania ha prodotto un’ “Otello”, riscritto, diretto e interpretato da Luigi Lo Cascio, recitato in dialetto siciliano e interpretato da un bianco che non si maschera da “nero” come sempre è successo. La grandezza del Bardo è appunto anche la sua capacità di assorbire ogni possibile interpretazione, fosse anche la più banale o la più estrema: per esemplificare dalla scarnificazione dei personaggi beckettiani, veri e propri cloni shakespiriani adattati alla “terra desolata” della contemporaneità, al “grand guignol” effervescente delle tante trasposizioni teatrali e televisive di Carmelo Bene; dal Macbeth di Orson Welles, allestito negli anni Trenta per il Federal Theatre di New York, con una compagnia di attori di colore e con un’ambientazione caraibica dove le streghe erano dei sacerdoti “voodoo”, al dittico di Akira Kurosawa “Il trono di sangue” (1957), cioè di nuovo Macbeth, incardinato nel teatro “No”, a “Ran”, forse la migliore e più problematica versione di Re Lear, un testo che ha tentato altri grandi autori d’avanguardia, da Peter Brook al sovietico Kosincev.
Ovviamente alla classicità di un Laurence OIiver, autore di una celebre e magnifica trilogia (“Enrico V”, “Amleto”, “Riccardo III”), girata tra il 1944 e il 1955, non si può rinunciare. E, giusto per non snobbare gli italiani, al celebre “Amleto” di Gassman e Squarzina, datato 1954, e trasmesso spesso dalla Rai, si può persino preferire la trilogia del sottovalutatissimo Franco Zeffirelli (“Romeo e Giulietta”, “La bisbetica domata”, “Amleto”) grande direttore e soprattutto inventore di attori. Lo stesso anno, il 1990, in cui Zeffirelli trionfava con Mel Gibson nella parte di Amleto, Tom Stoppard portava però sullo schermo, conquistando il Leone d’oro a Venezia, il suo primo testo teatrale, “Rosencrantz e Guilderstein sono morti”, che mostra un universo beckettiano in cui l’unica vera lucidità è proprio quella del finto pazzo, Amleto.
Forse l’ultimo punto d’incontro tra l’impossibile filologia e la contemporaneità – alla Jan Kott – del drammaturgo si è in incarnata in Kenneth Branagh, l’ultimo “giovane” attore e regista shakespeariano. Nel 1995 gira “Nel bel mezzo di un gelido inverno”, trascinante e comica rappresentazione di una rappresentazione che amplifica a dismisura la “meta teatralità” del testo originale. Una scalcinata compagnia teatrale porta l’Amleto in una chiesa sconsacrata di provincia e, dopo innumerevoli traversie, ottiene un grande successo dovuto proprio ai problemi personali degli attori che finiscono per specchiarsi nei personaggi. L’anno successivo lo stesso Branagh è autore e interprete di un “Amleto integrale” (quattro ore) ambientato a cavallo tra Otto e Novecento. Si può discutere sullo spostamento temporale ma certo chi può affermare di aver visto in teatro una rappresentazione del testo senza tagli?
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google
