I sindaci dicono no alle trivellazioni nei fondali marini

La Schlumberger vuole cercare petrolio al largo dell’Asinara. In campo i primi cittadini di Sassari, Alghero, Porto Torres e Bosa

SASSARI. No dei sindaci alla caccia al petrolio nel mare tra il Golfo dell’Asinara, Alghero e Bosa. No agli spari di aria compressa in acqua. La presa di posizione era scontata, ma ora è stata formalizzata con un documento sottoscritto dai primi cittadini di Porto Torres, Alghero, Bosa, Magomadas, Tresnuraghes e Narbolia, e ieri si è aggiunto anche il Comune di Sassari che non aveva partecipato all’incontro urgente che si è svolto venerdì nel municipio di Bosa. Il tempo per le osservazioni contrarie scade oggi.

La “diga” istituzionale mira a bloccare la più grande società di servizi petroliferi al mondo, la Schlumberger Italiana SpA, che ha avviato il procedimento di Valutazione di impatto ambientale: se dovesse arrivare il via libera, l’azienda potrebbe poi passare alla richiesta di perforazione per l’estrazione di idrocarburi.

Il documento dei sindaci - inviato al ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti, all’assessore regionale all’Ambiente Donatella Spano e ai presidenti delle Province di Sassari e Oristano - esprime un parere «fermamente negativo». Perché quella richiesta di autorizzazione «alla prospezione di ricerca di idrocarburi liquidi e gassosi in acque internazionali» può rappresentare un pericolo reale per le coste sarde. Troppo vicine le attività di ricerca alle acque che ricadono nel Santuario dei cetacei, con conseguenze facilmente immaginabili per balene, delfini, tartarughe e per le altre specie protette.

L’intervento della Schlumberger interessa il settore nord-ovest della Sardegna e il Mar Balearico: 11 i comuni coinvolti, da Porto Torres a San Vero Milis, con in mezzo Bosa e Tresnuraghes (la costa maggiormente interessata). Preoccupa anche la vicinanza all’isola dell’Asinara, Parco nazionale, e siccome ci sono già prese di posizione di altre realtà internazionali che hanno denunciato come una simile attività di ricerca provochi «effetti pesanti nei confronti di flora e fauna marina», le amministrazioni comunali hanno deciso di opporsi all’iniziativa.

«L’attività di prospezione – si legge nel documento dei sindaci – consisterebbe in spari di aria compressa (airgun) per oltre 7300 chilometri di tracciato complessivo e per un periodo di 10 settimane. Gli spari avrebbero una cadenza di uno ogni 5-15 secondi, con intensità sonora variabile fra 240 e 260 decibel: un limite che in natura viene superato solo da terremoti ed esplosioni di vulcani sottomarini. Con questa tecnica si genere una violenta onda d’urto che si propaga nel fondale e, successivamente, viene riflessa, mostrando in questo modo la presenza e la natura di idrocarburi nel sottosuolo». Nelle osservazioni inviate al Ministero e alla Regione, i sindaci sottolineano che quelle emissioni acustiche «possono impaurire e stordire gli animali, sino a indurli a una emersione rapida e improvvisa, senza adeguata decompressione e con conseguente morte per la gas and fat embolic syndrome. Ossia, morte per embolia. E l’esposizione a rumori molto forti, inoltre, può produrre anche danni fisiologici (emorragie) ad altri apparati, oltre quelli uditivi, fino a provocare effetti letali».

Anche il traffico marittimo collegato alle attività di ricerca, viene indicato come fattore di grave disturbo per i cetacei che già subiscono un impatto notevole per le collisioni con le navi (nel Mediterraneo è una minaccia costante, tra le principali cause di morte).

Le amministrazioni comunali sostengono che lo studio di impatto ambientale «cerca di limitare il reale impatto attraverso una lottizzazione del mare, senza mai valutare attentamente l’impatto cumulativo che le diverse istanze possono avere sull’intero ecosistema marino». Da qui la richiesta, affinchè con il provvedimento conclusivo del Via «venga dichiarata l’incompatibilità ambientale del progetto proposto dalla Schlumberger Italiana, a causa della insostenibilità degli impatti sulla fauna marina e in applicazione del principio fondamentale di precauzione (artt. 174 Trattato U.E., 3 ter del decreto legislativo n. 152/2006 e successive modificazioni)».

Il documento racchiude una posizione comune delle amministrazioni interessate e c’è fiducia che il ministero dell’Ambiente possa cogliere l’importanza delle osservazioni, anche «in virtù dei danni devastanti che potrebbero essere arrecati a un ambiente già estremamente fragile».

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