Creatività e innovazione Ecco le sfide del XXI secolo
La Lettura del governatore di Bankitalia Ignazio Visco per i 60 anni de Il Mulino Come si può rendere il sistema Italia più adeguato per affrontare il cambiamento
IGNAZIO VISCO. Possiamo esercitarci nel formulare scenari futuri, ma non saremo in grado di prevedere come sarà la società o l'economia da qui a venti o trent'anni. Quando ci si chiede come fare per avere più domanda, più reddito, più occupazione, o quando si sottolinea l'esigenza di formulare "nuove" politiche industriali, l'obiettivo primario non può che essere quello di rendere il nostro sistema economico e sociale più capace di affrontare e rendere possibile il cambiamento.
Sicuramente le pressioni concorrenziali della globalizzazione e la sfida delle macchine richiedono grandi cambiamenti nell'organizzazione del lavoro e necessari adeguamenti nell'istruzione, nella formazione e nello stato delle infrastrutture. Il loro ritardo determinerebbe una terza ragione di possibile ristagno, sottolineata di recente da Barry Eichengreen, in aggiunta o in alternativa alla carenza di domanda enfatizzata da Larry Summers e al rallentamento della crescita della produttività pronosticato da Bob Gordon, che potrebbe diventare la più importante.
Non bisogna tanto temere l'impatto diretto delle nuove tecnologie e dell'automazione sui posti di lavoro quanto operare per trarre vantaggio dalla grande riduzione dei costi che da esse discende. L'espansione dei settori innovativi costituisce ormai il principale motore della crescita dell'occupazione e della produttività. In un saggio recente di grande successo Enrico Moretti mostra come a ogni lavoro hi-tech creato in una data area metropolitana negli Stati Uniti si associno cinque nuovi posti di lavoro in settori tradizionali a basso contenuto di istruzione e competenze. Si dovrà lavorare in modo diverso, in posti e luoghi diversi, lungo un arco vitale nel quale la formazione sarà permanente e continua.
Bisognerà acquisire le competenze necessarie per il XXI secolo: l'esercizio del pensiero critico, l'attitudine alla risoluzione dei problemi, la creatività e la disponibilità positiva nei confronti dell'innovazione, la capacità di comunicare in modo efficace, l'apertura alla collaborazione e al lavoro di gruppo. Questo, continuando ad accrescere l'investimento in conoscenza, nella scuola e nell'università, e mirando a colmare con decisione il gravissimo difetto di "competenza alfabetica funzionale" rilevato per il nostro paese da ultimo lo scorso anno nell'ambito del Programma internazionale per la valutazione delle competenze degli adulti condotto dall'Ocse. Un investimento in conoscenza che non può che essere attento agli sviluppi scientifici e al progresso tecnologico, nella consapevolezza, però, del valore e dell'importanza anche concreta della nostra tradizione umanistica - e superando una volta per tutte la polemica che vide coinvolti un secolo fa grandi figure della nostra cultura quali Federigo Enriques e Benedetto Croce.
Più volte ho richiamato l'importanza di un disegno organico nella definizione delle riforme strutturali di cui tutti pensiamo vi sia bisogno in Italia. Questo trova la sua più evidente esemplificazione nella difficoltà di migliorare le condizioni per fare impresa e far crescere nuove imprese, anche nei servizi richiesti dai (nuovi) bisogni di una società meno giovane. Vuol dire creare un ambiente più favorevole, con la rimozione degli ostacoli burocratici e amministrativi, decisi miglioramenti nella giustizia, nella scuola, nelle infrastrutture, ma anche un contesto nel quale si rispettino le regole, si contrasti l'illegalità e si combatta la criminalità.
Molto del nostro progresso dipende poi dall'essere in Europa. Sono, questi, momenti difficili nel percorso verso una piena Unione europea, e non è questa l'occasione per riparlarne. Dato il tema oggi trattato, vorrei solo ricordare che Nino Andreatta, in un saggio di quasi cinquant'anni fa, vedeva il divario tecnologico già allora esistente tra Europa e Stati Uniti come un fondamentale «stimolo politico per l'Europa». L'esempio del ruolo dell'amministrazione federale americana nel finanziamento della ricerca scientifica e nella creazione di un mercato per i prodotti delle industrie «a confronto scientifico» serviva ad Andreatta per sottolineare quanto fosse importante una seria valutazione delle «conseguenze negative dell'esistenza di una pluralità di politiche di acquisto delle amministrazioni nazionali, politiche che sollecitano un inefficiente moltiplicarsi di sforzi di ricerca nei singoli paesi e rallentano la crescita delle dimensioni dei mercati». Ancora oggi molto si potrebbe guadagnare dalla messa in comune da parte degli Stati membri dell'Unione europea di ampi comparti – dagli investimenti infrastrutturali alla ricerca, dalla sicurezza alla difesa – dei nostri bilanci pubblici, nel processo che dall'Unione monetaria ed economica, passando per l'Unione bancaria e quella fiscale e del bilancio, tende – o dovrebbe tendere – all'Unione politica.
Per concludere, i tempi stanno ancora cambiando; i tempi cambiano sempre. Più che anticipare il cambiamento, è importante esservi preparati, ricercare, creare le condizioni migliori per coglierne le opportunità e ridurre i rischi, per agevolare un progresso ampiamente ed equamente distribuito.
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