La Nuova Sardegna

“La Jura” di Gabriel, tra folclore e futurismo

di Gabriele Balloi
“La Jura” di Gabriel, tra folclore e futurismo

Ritorna al Lirico di Cagliari l’opera del compositore e musicologo gallurese in versione definitiva

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di Gabriele Balloi

CAGLIARI

Opera di una vita «La Jura» di Gavino Gabriel. La maggiore fra le sue partiture, che di vita ne ebbe più d’una. Mentre l’unica intensamente vissuta dal compositore e musicologo tempiese fu quasi centenaria, in linea con la longevità dei sardi. Così come un secolo ha la prima versione dell’opera, per canto e pianoforte. E quasi un secolo quella con orchestra che debuttò nel ’28 al Politeama Regina Margherita di Cagliari, dove vide nel ’59 il terzo e ultimo suo allestimento al Teatro Massimo (fuori Sardegna due sole messinscene, l’anno precedente, al San Carlo di Napoli). In questi giorni si è quindi realizzato, dopo 56 anni, il sogno che Gabriel inseguì fino agli ultimi suoi istanti: rappresentare «La Jura» nella versione definitiva. Difatti, quella che il Lirico da venerdì (e fino al 29 novembre) sta mettendo in scena per la Stagione operistica 2015 è una prima esecuzione assoluta.

Ne ha curato l’edizione la musicologa Susanna Pasticci, grazie ai materiali d’archivio messi a disposizione dall’Accademia Popolare Gallurese Gavino Gabriel. Cosicché risorge dall’oblio la storia del poeta pastore che per poter sposare l’amata è costretto, da un sacro giuramento (per l’appunto la “jura”), prima a uccidere un acerrimo nemico del futuro suocero (in cambio della mano di sua figlia) e poi a uccidere quest’ultimo per aver tradito il giuramento. È il due volte Premio Abbiati, Cristian Taraborrelli che ne firma regia, scene e costumi, con le video-proiezioni di Fabio Massimo Iaquone, luci di Guido Levi e coreografie di Antonella Agati. Una “mise en scene” piuttosto carica, eteroclita, seppure nella sobrietà degli elementi scenici. Si mescola il moderno col tradizionale; il folclore con citazioni futuriste d’inizio Novecento (Balla, Bragaglia e altri). Taraborrelli abbraccia in pieno, mutatis mutandis, la curiosità di Gabriel per le nuove tecnologie, e punta a una sorta di “opera d’arte totale” all’ennesima potenza. Esperimento interessante, lodevole, ma non sempre efficace: talvolta rischia di disorientare lo spettatore con un sovraccarico di stimoli visivi, non sempre d’immediata decodifica.

Ma ha un suo fascino ad esempio lo streaming, in bianco e nero, delle maestranze che dietro il sipario preparano il palco fra due scene; o le riprese a Monte Arcosu effettuate con un drone e proiettate durante l’ouverture. Anche la partitura di Gabriel, purtroppo, sembra avere limiti affini. L’obiettivo era senza dubbio alto e nobile: una sintesi fra la musica popolare sarda e quella “colta” nazionale ed extranazionale. Ma l’ibridazione si realizza davvero solo in pochi casi.

I bellissimi canti “a tàsgia” intonati dal Coro Gallurese Gavino Gabriel, i preludi orchestrali a metà strada fra R.Strauss e Prokofiev, i recitativi di sapore pucciniano, si susseguono quasi per mera giustapposizione. Rimangono impressi, comunque, alcuni temi melodici. Come quello di Anna (sviluppato a più riprese), una valida Paoletta Marrocu, affiancata da Rubens Pelizzari nel ruolo di Cicciottu Jaconi. O altri, affidati al soprano sassarese Nila Masala, per descrivere la dolorosa follia di Pasca Ucchjtta. L’orchestra del Lirico è diretta da Sandro Sanna, con il coro preparato da Gaetano Mastroiaco.

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