Un’ “Aida” tascabile profumata d’Oriente

Sassari, successo per l’opera di Verdi ideata da Zeffirelli

SASSARI. Grande successo al Comunale per la terza opera della stagione lirica del De Carolis, la verdiana “Aida”, che mancava dal palcoscenico sassarese da ben trentasette anni. Punto di forza dello spettacolo il celebre allestimento ideato da Franco Zeffirelli nel 2001 per il minuscolo teatro di Busseto, e qui ripreso da Stefano Trespidi.

Una sorta di miracolosa “Aida da camera”, che riduce in formato “tascabile” un melodramma nel quale la componente da “grand-opéra” rappresenta un ingrediente essenziale, non cancellato ma semplicemente evocato da Zeffirelli attraverso una serie di geniali soluzioni, ad iniziare dalle stesse monumentali statue egizie che troneggiano a lato del boccascena, che evocano grandi spazi che in realtà non ci sono, per finire con l’altrettanto efficace soluzione adottata per la scena della marcia trionfale.

L’allestimento che si segnala anche per la bellezza di scene e costumi, alimentata dal gusto esotico di un Oriente come quello che poteva essere vagheggiato all’epoca di Verdi, funge da sfondo a una vicenda umana fondata sul classico triangolo amoroso, le cui implicazioni intimistiche e psicologiche diventano il vero fulcro della narrazione zeffirelliana. La concertazione di questa “Aida” era affidata a Sergio Alapont, già visto all’opera per conto del De Carolis.

La sua direzione ha interpretato il “clima” dell’Aida, la sua ambientazione musicale – molto ricca di preziose raffinatezze ostinatamente perseguite da Verdi – con apprezzabile cura e varietà di atteggiamenti, qualità fondamentale per un’opera che oscilla sempre tra il grandioso della dimensione pubblica della vicenda e l’intimistico di quella privata: beninteso, niente di indimenticabile, anche perché non sono mancate le imprecisioni e qualche momento di pura routine.

Sul palcoscenico nessun interprete convince sino in fondo. L’Aida di Cellia Costea alterna momenti di grande intensità e allo stesso tempo di spiccato rigore espressivo (O patria mia) con altri decisamente più deludenti (Ritorna vincitor), ma nel complesso il personaggio della schiava etiope è autorevole e ben fraseggiato. Dario Di Vietri invece, nei panni di Radames, sfodera una gran voce, ma la mette in vetrina sempre, acriticamente, noncurante delle dinamiche e dei colori prescritti in partitura: dunque manca il Radames lirico ed estatico, e quello vibrante finisce per risultare troppo generico.

Silvia Beltrami ritrae una Amneris dominatrice e piena di slancio, ma non sempre il suo fraseggio eccelle in raffinatezza: nel duetto e nella scena del giudizio esibisce però un’intensità e una cura dell’accento che in buona parte la riabilitano. Buona invece la prova di Ivan Inverardi (Amonastro) che conferisce una certa nobiltà al suo personaggio a volte preda di atteggiamenti eccessivamente belluini, e di Victor Garcia Sierra, un Re dalla voce ampia e morbida. Completavano onorevolmente la compagnia Abramo Rosalen (Ramfis), Néstor Losàn (Messaggero) e Sara Rossini (Sacerdotessa). Buona la prova dell’orchestra dell’Ente ed ugualmente quella del solido coro istruito a dovere da Antonio Costa. Gradevoli infine le coreografie dei ballabili disegnate da Claudio Ronda e interpretate da Melania Chionna e José Perez.

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