Addio al “Duca Bianco”, icona della musica rock
Si è spento a 69 anni dopo una lotta contro il cancro durata 18 mesi
di WALTER PORCEDDA
Uno, nessuno e centomila. L’uomo capace di rinascere, trasformandosi ogni volta in nuovo personaggio, David Bowie, spentosi l’altra sera per un tumore a 69 anni, aveva il dono dell’Araba Fenice. David Robert Jones, questo il vero nome, originario di Brixton, era un genio del mutamento. Da “Ziggy Stardust” ad “Aladdin Sane”, dal maggiore Tom di “Space Oddity” al Duca Bianco, Bowie attraversava storie e mondi paralleli, inventando miti che duravano il tempo effimero di un album. Bruciati e consumati quei panni, risorgeva. Camaleontico e imprevedibile, nel tempo ha costruito con i suoi multipli la saga di artista eclettico, raffinato e irraggiungibile abile nel legare la propria vita ai personaggi, frutto di sogni e visioni d’arte che poi si materializzavano sul palco e nelle canzoni. Vite fuggenti che hanno costruito il divo, immerse in un mood musicale che ha rifondato il rock in tutte le sue declinazioni.
Il camaleonte. Artista seminale come pochi Bowie ha avuto la capacità di anticipare il punk come il connubio tra rock ed elettronica, influenzando tanti musicisti contemporanei dai Blur ai Radiohead. Artista seminale ma anche a tutto tondo descrive una parabola dove la musica si intreccia, fino a fondersi con l’immaginazione cinematografica, il mimo (appreso alla corte di Lindsay Kemp), le tecniche di comunicazione pubblicitaria, il disegno, il teatro, la moda. Linguaggi espressivi che contribuiranno a formare una originale forma di art rock che in più di quaranta anni si tradurrà in oltre 140 milioni di album venduti in tutto il mondo e nell’algido carisma di una star planetaria avvolta da un alone impalpabile e leggero, tale da sfiorare la leggenda.
Swinging London. Il primo successo arriva con “Space Oddity”, ballad folk rock ripescata dal primo omonimo album del 1967, passato inosservato. Viene riproposta con un piglio psichedelico di ascendenza velvetiana. La fiaba dell’astronauta disperso nello spazio che cita Kubrick di “2001, Odissea nello spazio” con gli interventi del tastierista Rick Wakeman irrompe nella classifica diventando una hit. E’ il 1969, uno degli anni ruggenti della Swinging London. L’Inghilterra è al centro di una rivoluzione musicale con gruppi incredibili: non solo Beatles e Rolling Stones ma anche Who e Pink Floyd. Londra pullula di locali musicali per tutti i gusti, dal beat al soul, dal rock blues alla psichedelia. E’ questo l’humus che nutrirà il giovane Bowie che, smessi i panni del folksinger tre anni dopo “Space Oddity”, indosserà quelli della rockstar ambigua e dal sesso incerto per esplodere con “The Man who sold the world” (e poi “Hunky Dory”). Qui avviene l’incontro con il chitarrista e arrangiatore Mick Ronson che segnerà una delle fasi più esaltanti della saga boweiana. Quella che porterà alla nascita del fantastico “Ziggy Stardust” (1972), protagonista di una parabola scintillante. Eroe alieno di un’ascesa e una caduta dal sapore fantascientifico.
Trasgressione e travestimento. E’ questa anche la parentesi di una musica immaginifica che fonda glam rock e heavy, influenze velvetiane ed esplosioni di puro rock’n roll. Trasgressione e travestimento. David si presenta sul palco assieme alla sua band Spiders from Mars con stivali di plastica colorati, tutine aderenti, chioma color arancione e viso truccato. E’ il momento di hit celebri come “Starman”, “Life on Mars?” e “Sufragette City” e “Hang on to yourself” che ispirerà poi i Sex Pistols. David Bowie è all’apice del successo (in futuro coccolerà e poi abbandonerà l’idea di fare un’opera teatrale e un film dal suo personaggio alieno) ma decide di colpo di cambiare uccidendo il suo Ziggy.
Il periodo nero. Nascerà così “Aladdin Sane” che con il successivo “Young Americans” del 1975 chiuderà l’epoca glam per aprirsi alla disco music. Bowie è sempre attento – da solido artista pop quale è – nel seguire il proprio tempo, ascoltare i suoni fiutando l’aria per poi lavorare con il meglio della scena musicale a opere dove riversa il suo personalissimo stile. Cantante dotato di una voce melodica senza eguali, suona il piano, la chitarra e il sassofono, suo primo vero strumento collegato alle sue scorribande nei locali notturni londinesi a caccia di emozioni e di jazz che riscopre proprio in questo album. L’opera segna anche l’inizio di uno dei periodi più scuri, segnato da droga e solitudine della vita di Bowie, che ha scelto di andare a vivere a Los Angeles.
Nasce il Duca. Il 1976 nasce anche il nuovo personaggio: il Duca Bianco di “Station to Station”, disco dove Bowie sperimenta con interessanti soluzioni l’incontro con l’elettronica. Si trasferisce a Berlino dove collabora con il mago dei suoni Brian Eno. Con lui darà vita alla trilogia di maggiore culto della sua carriera. Quella di “Low”, “Heroes” e “Lodger”.
“Lazarus”, l’addio. Negli anni successivi, tra alti e bassi, sono da segnalare singoli come “Under Pressure” assieme ai Queen e album come “Scary Monster” (1980) con la partecipazione del chitarrista Robert Fripp, il commerciale “Let’s Dance” prodotto da Nile Rodgers degli Chic , un album di soul e dance, fino a “Earhtling” del 1997 e a “The next day” del 2013, preceduto dal bellissimo singolo “Where are we now?”, che riporta Bowie al vertice delle classifiche. Tre giorni fa in coincidenza del suo compleanno l’ultimo dono di Bowie ai suoi fans, il capolavoro “Blackstar”, che in molti leggono come l’addio. A fare da apripista un singolo, “Lazarus”, nel cui video l’artista, al termine del brano sembra rientrare dentro quella porta che aveva aperto nel primo clip della sua carriera: quello di “Space Oddity”. Canta un messaggio esplicito («Guarda qui, sono in Cielo. Sai che sarò libero? Proprio come quell’uccellino Bluebird»). Un addio che è come una liberazione, ma anche un’allusione all’immortalità. Chi ha amato Bowie capirà.
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