Gli antichi mestieri sfida alla modernità 

Arrotini, calzolai, corniciai: ecco gli artigiani che resistono alla crisi Il segreto per andare avanti: amore per la tradizione e tanto sacrificio

SASSARI. Chi quella calda sera di luglio di cinque anni fa era lì non può dimenticare la voce alta e ritmata che invitava “la gentile popolazione” a scendere in piazza “perché Rossella è libera”. Era il banditore, a bordo di un camioncino, con microfono e altoparlante, che faceva su e giù per le strade di Samugheo: Rossella Urru, la cooperante rapita in Mali 9 mesi fa, stava per tornare a casa. Chissà se da allora il banditore, figura antichissima incaricata di comunicare le disposizioni delle autorità, ha fatto risentire la sua voce. Un mestiere della tradizione il suo, come tanti altri che in Sardegna rischiano di scomparire. Per cercare di evitarlo, nel 2013 il comune di Orgosolo richiamò in servizio dopo 18 anni di assenza, lo storico banditore del paese. E fu proprio Luigi Pilconi, due anni dopo, a invitare all’altoparlante “i ladri gentiluomini” a restituire le moto rubate a due turisti francesi ospiti in un b&b. In quel caso fu il Comune a ridare importanza a un mestiere, altre volte ci provò la Regione con progetti mirati alla riscoperta e alla valorizzazione delle antiche botteghe. Ma dove non arrivano le istituzioni arrivano la volontà e la passione. Ecco allora i maestri campanari che hanno formato una associazione e ogni anno organizzano la grande reunion per mostrare che la loro arte è antica ma viva: e per farlo capire ancora meglio portano con sé i ragazzi ai quali insegnano i segreti della tradizione che soprattutto nei momenti liturgici ha avuto e continua ad avere un ruolo fondamentale. Dai campanari ai campanacci, al suono inconfondibile che scandisce la vita dei pastori e i giorni di festa. A Tonara la tradizione è in mani sicure, tramandata da generazione in generazione nella famiglia Floris. Un lavoro in cui la passione e il legame profondo con i ricordo giocano un ruolo fondamentale, al punto da spingere giovani di 20-30 anni da rinunciare ai maggiori guadagni che un altro tipo di lavoro garantirebbe. La stessa molla che induce a mantenere aperta la bottega di un calzolaio o di un corniciaio, oppure a proseguire l’attività di arrotino. Nel mondo usa e getta, un mondo che i cultori della tradizione definiscono “di plastica”, si rimane stupiti nello scoprire che in provincia di Sassari, dati della Camera di commercio, ci sono 34 calzolerie aperte. E che a Olbia un decano del settore deve rinunciare a una maxi ordinazione perché non ha personale sufficiente. Segno allora che la tradizione sopravvive, che il prodotto artigianale – come un coltello, un cesto intrecciato, una borsa in cuoio o in sughero – mantiene il suo fascino e il suo mercato. O, addirittura, disegna un oggetto di tendenza, vedi la fortunata storia di Anna Grindi, la stilista di Tempio che ha avuto l’intuizione di trasformare il sughero in un tessuto pregiato con il quale realizzare abiti di alta moda. Sopravvivere non è semplice, per chi vuole preservare gli antichi mestieri: la concorrenza industriale è tanta e i costi sono alti. Ma spesso la passione vale il prezzo del sacrificio.
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