«Sono sopravvissuto a Ebola e ho pure trovato moglie»

Stefano Marongiu

L’infermiere di Sassari è stato il secondo italiano a contrarre il virus del diavolo. «Ho conosciuto Roberta durante il ricovero allo Spallanzani dove ora lavoro»

SASSARI. Ci sono porte nella vita di ognuno di noi. Che si imboccano, per scelta o per coincidenza. E storie, incredibili, che partendo da questi snodi, si costruiscono.

Una di queste è quella di Stefano Marongiu, 39 anni, infermiere sassarese. Secondo italiano nella storia ad essersi ammalato di Ebola (e primo ad essere arrivato senza nessun sintomo in Europa), che per 28 giorni, nella primavera del 2015, ha lottato contro la malattia del diavolo nell’ospedale Spallanzani di Roma. E ora, a due anni e mezzo di distanza, in quell’ospedale lavora. E, tra quelle mura, ha trovato l’amore, sposandosi con un membro del team che gli ha salvato la vita.



La storia. È una storia che inizia una sera di maggio, quando la temperatura di Stefano Marongiu sale a 39.2 e la terribile febbre emorragica fa capolino nel suo organismo. L’infermiere del 118 di Sarroch era appena tornato dall’Africa occidentale, dove da tre mesi combatteva con “il Diavolo”, che mieteva vittime a migliaia, dopo aver risposto a un appello di Emergency che cercava aiuto per il suo centro di terapia intensiva.

La febbre. «Arrivavo da Goderick, in Sierra Leone – racconta – Un’esperienza entusiasmante ma fortissima. Avevo deciso di fermarmi a Sassari un paio di giorni, per salutare mia mamma e le mie sorelle. La sera, di botto, mi è salita la febbre. Non ho subito pensato di essermi ammalato. Ma avevo imparato bene che con Ebola non si scherza. E ho seguito il protocollo che ci avevano insegnato. Ogni giorno ringrazio di averlo fatto». Le regole sono durissime: Stefano immediatamente taglia i ponti con la famiglia, si chiude nella sua stanza in “autoisolamento”, e avvisa la Asl che registra il “rischio infezione” e mette in moto la procedura di massima allerta.



Le analisi. L’infermiere viene prelevato a casa sua da un equipaggio del 118 in assetto anticontaminazione, e ricoverato in Malattie infettive, il suo sangue viene mandato a Roma per le analisi. «Quando alla fine il responso è arrivato ormai avevo capito – ricorda – avevo riconosciuto i primi sintomi, visti tante volte in Africa. La debolezza che cresceva. Un’emorragia nell’occhio. E mentre sentivo il mio corpo abbandonarmi, ho iniziato ad avere paura».

Il quadro clinico di Stefano precipita. E l’unica via di salvezza possibile è un trasferimento d’urgenza nel centro di eccellenza nazionale per le malattie infettive: lo Spallanzani.

La madre. «Mentre mi portavano via da casa avevo spostato mia madre che voleva abbracciarmi – racconta Stefano –. Ci ho pensato tante volte. Non l’avevo salutata, toccata. Forse non l’avrei potuto più fare. Però di una cosa ero sicuro: se c’era un luogo da dove potevo uscirne vivo era lo Spallanzani. Li avevo visti all’opera in Africa. Avevo ragione».

Il trasporto. L’aeronautica militare manda un C130 con un equipaggio d’èlite. «La situazione era al limite – racconta Marongiu –. Potevano decidere di non prendermi a bordo. Ma invece hanno voluto rischiare. Erano determinati, come tutti quelli che ho incontrato sul mio percorso. Questa è stata una delle sorprese più grandi e più belle. Nessuno voleva mollare. Ho deciso di non farlo nemmeno io».

Il C130 vola di notte, con Stefano incapsulato in una barella a biocontenimento avveniristica, che in Europa hanno soltanto italiani e inglesi. «Avevo già collaborato con l’aeronautica militare quando lavoravo in Rianimazione a Cagliari – racconta Stefano –. Ma vedere il loro team migliore all’opera è stato spettacolare. In quattro ore sono decollati dal Continente, mi hanno preso ad Alghero, sono atterrati a Pratica di Mare e mi hanno portato a Roma. Collaboro ancora con loro, racconto la mia storia. Vengono da tutto il mondo per vederli in azione».

La battaglia. A Roma inizia la battaglia: 28 giorni in isolamento, 70 persone al lavoro 24 ore su 24. Un primo peggioramento dopo due giorni, una ricaduta. Nel mezzo: «Tante telefonate, con i parenti, qualche amico. Gino Strada e tutto lo staff di Emergency. Eccezionali». Ma anche tanta paura. «Mi rendevo conto di essere grave. Ma poi mi bastava vedere la luce negli occhi dei medici e dei tecnici con cui avevo a che fare ogni giorno, bardati nelle loro tute anticontaminazione. Sicura, serena».

La macchina. Lo Spallanzani è una macchina perfetta. Quando Marongiu è ancora in volo i farmaci sperimentali lo aspettano già a Roma. Arrivano dall’Inghilterra e, via Francia, dalla Cina. «Ho imparato – racconta l’infermiere sassarese – cosa vuol dire cooperazione, eccellenza. E che la Sanità italiana, tanto bistrattata, quando si mette in moto ha pochi rivali».

Uno di noi. L’infermiere combatte, e lentamente vince. Quando dopo 28 giorni viene dimesso, Emanuele Nicastri, uno dei medici del “suo” team, lo saluta citando Battiato: «Stefano è un essere speciale e noi ci siamo presi cura di lui». «Sì – ricorda l’infermiere – mi sono sentito parte di una famiglia». E arriva anche l’amore vero, con Roberta, già incontrata in un gruppo che lo Spallanzani aveva mandato a combattere il Diavolo in Sierra Leone. Lo stesso che lavora senza sosta per salvare il giovane infermiere sassarese. Tute e porte chiuse non fermano il sentimento che cresce. A parlare bastano gli occhi. Dopo le dimissioni Roberta lo accompagna nell’Isola. E dopo poco i due si sposano. «È eccezionale, e non lo dico perché è mia moglie – scherza Stefano – d’altronde essere eccezionali allo Spallanzani è la norma».

Il ritorno. Stefano dopo un mese torna a lavoro al 118. Ma già al momento di partire sapeva che sarebbe tornato. «Mi avevano detto: “siamo pronti ad accoglierti”. Ho subito risposto sì». L’anno dopo è uno degli infermieri nella struttura capitolina: «So di essere nel posto giusto. Dove si lavora per essere sempre pronti. Perché il focolaio di Ebola si è spento, ma è costato 11300 vite. E, con i danni che l’uomo continua a fare nel mondo, ci sarà presto una nuova Ebola da combattere. E servono posti come lo Spallanzani per farlo».

Sopravvissuto. Nel mentre la vita di Stefano riprende a scorrere: «A volte mi sento un sopravvissuto – spiega – ma so che questa è la mia strada. E quello che è successo è servito ad imboccarla. Ho ripensato mille volte a come posso essermi infettato in Africa. Centomila volte al fatto che potevo morire. Ma ora voglio pensare solo alle tante cose che ho da fare, da raccontare, da imparare. Pronto a usare al meglio la mia “nuova” vita».
 

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