Zio Mario, l’amore per il mare: 90 anni da “pescatore leale”

Il libro dei ricordi del veterano di Porto Torres: tutto il suo mondo in una barca. «Un mestiere difficile, da fare con rispetto, ma non ti lascia mai senza mangiare»

PORTO TORRES. Il pescatore lo fa da quando era bambino. Ha cominciato a 6 anni e non ha mai smesso un giorno. Solo ora che di anni ne ha 90 comincia a pagare i conti con le lunghe notti passate a sfidare freddo, vento e umidità. La schiena scricchiola, ma “zio” Mario Vitiello, originario di Ponza ma da più di 70 anni a Porto Torres, non dispera di tornare a incontrare il mare da vicino appena arriverà il bel tempo.

Aveva frequentato per 15 giorni la prima elementare quando suo padre si presentò a scuola per cambiare il percorso della vita: la morte improvvisa della madre, in un attimo l’aveva proiettato nel mondo degli adulti.

«Ho cominciato subito a lavorare – racconta Mario Vitiello, seduto a tavola nella sua casa proprio dietro la scuola elementare di Borgona a Porto Torres – , i miei compagni più fortunati andavano in classe, io a pescare con mio padre. Mi ha insegnato un mestiere che ho fatto senza interruzione per più di 80 anni. E ci ho campato la famiglia».

Intelligente e curioso, “zio” Mario ha imparato tutto a memoria: sa scrivere il suo nome («la firma l’ho sempre messa da solo») ma non sa leggere, i calcoli li fa a mente. Niente patente, si è sempre spostato a piedi o in barca, non ha avuto neppure una bici. Per una vita ha fatto lo stesso percorso: da casa al porto la mattina presto, poi il rientro, senza variare di un metro.

Apre il libro dei ricordi il vecchio pescatore, a tratti si commuove e si ferma, quasi a rivedere le immagini in bianco e nero. Non ha dimenticato niente, parla ponzese stretto, a momenti serve il traduttore per capire e ci pensa il figlio Domenico a rendere comprensibile quello che dice l’anziano padre.

«Avevo 14 anni quando sono arrivato per la prima volta in Sardegna. Mio babbo aveva fatto caricare la barca su un bastimento e siamo sbarcati all’Isola Rossa. Il motore non esisteva, si faceva tutto a vela e a remi. Si pescava dal 20 giugno al 30 agosto: nasse e tramaglioni». Miseria e fatica, anche paura e situazioni drammatiche: «I calli ai piedi sostituivano le scarpe che spesso - quando le avevi - erano un impiccio. Eravamo ancora all’Isola Rossa quando è scoppiata la guerra e ci misero di fronte a una scelta difficile: “Se volete potete tornare a casa”, ci dissero. Mio padre ci pensò solo un attimo, poi mi disse: Noi abbiamo solo questa barca e niente altro. Qui possiamo morire sotto le bombe, da un’altra parte di fame. Restiamo...».

Non sa da dove cominciare “zio” Mario. Tutto a mente, non poteva prendere appunti, e neppure conservare ritagli di giornale. Si ferma a quel pomeriggio del 9 settembre 1943. «Eravamo fuori a pesca – dice abbassando il tono della voce – e fuori dall’Isola Rossa abbiamo visto gli aerei tedeschi. Il rumore dei motori assordante: li ho seguiti con lo sguardo. Poi le bombe, sembravano radiocomandate (in realtà era davvero così, ndc), le fiammate e il fumo. Così è affondata la Corazzata Roma che a seguito dell’armistizio si dirigeva all’isola della Maddalena. La notte arrivò un forte temporale e il giorno seguente il “mare cattivo” restituì insieme a migliaia di pesci morti anche i primi corpi e i resti dei poveri militari. Ero un ragazzino, non ho mai dimenticato».

A Golfo Aranci, una delle tappe del percorso di avvicinamento verso Porto Torres. «Avevo 18 anni, c’era tanta fame – racconta – e avevamo scoperto un bastimento affondato carico di stoffe e farina. Calavamo delle funi con i ganci per tirare su i sacchi e recuperare la farina asciutta. Ogni 4 sacchi ne usciva uno. Ma un maresciallo dei carabinieri ci aveva scoperto e portato in prigione a Tempio, a me e a mio padre. Mio fratello più piccolo era rimasto fuori, da solo. In tre giorni solo mezzo panino a testa, questo il nostro cibo. Ricordo che mio padre non lo toccò neppure, lo infilò sotto il giubbotto: pensava all’altro figlio. E quel pezzo di pane era l’unica cosa che poteva portargli una volta libero».

Poi il trasferimento a Vignola. «Dormivamo sotto la prua della barca, una parte del pesce veniva essicato e rimandato a Ponza, il resto scambiato con altra merce». L’arrivo a Porto Torres nel 1948. I primi due anni a pescare sardine con la lampara: «Avere mille lire in tasca era come scoprire l’America». Mario Vitiello comincia con una barca dei Rivieccio, “Maria Giovanna”, tre stagioni alla grande. Poi l’idea di farsi una lampara tutta sua. «Si chiamava “Nedo” – dice l’anziano pescatore – 15 milioni di debiti. Non fu una decisione saggia: la barca era piena di problemi. Lavorai per pagare i debiti, poi la fermai».

Negli anni ’70 l’imbarco sul “Francesco”, poi sulla “Missione”: «I Fara cercavano un bravo pescatore. Il signor Vittorio mi disse: Mario sei buono a portarla? Questa è molto grande. Risposi: signor Vittorio, non sono io che deve portare la barca è lei che deve portare a me. Ci rimasi vent’anni».

La passione per il mare ha portato Mario Vitiello ad acquistare un gozzo, il “San Silverio” (battezzato con il nome del santo di Ponza), costruito a Torre del Greco. E quella barca in legno è stata la sua seconda casa: sempre fuori a pescare da solo fino a qualche settimana fa. Le reti calate e salpate a mano. Nessuno strumento tecnologico a bordo, i punti di pesca memorizzati e ritrovati utilizzando i “segnali a terra”, incrociando monti e luci, sole e luna. «Un giorno di lavoro in mare non è come un giorno a terra. Vale doppio – dice ancora “zio” Mario – la pesca è un mestiere difficile ma non ti lascia senza mangiare. I giovani stanno crescendo, non si sono fermati solo alle reti. Se fanno sacrifici i soldi a casa li portano sempre».

La schiena che fa male lo tormenta, specie di notte. Curvo, un passo dopo l’altro, Mario Vitiello da qualche settimana si è fermato. Tira su la tapparella della sua casa e scruta il mare. Il vecchio comandante ha dato disposizione di vendere il gozzo: una decisione sofferta perché lì c’era un pezzo importante della sua vita (compresa la licenza di pesca). «Figli e nipoti mi hanno guardato stupiti – racconta – non avevano il coraggio di chiedermelo. Pensavano che l’avrei presa male. Certo non è stata una scelta semplice, però mi hanno comprato una barca in vetroresina. Con il bel tempo, se la schiena mi da tregua mi arrampico e torno in mare». Davvero? «Si non è una sfida, il mare non è mio avversario: ci ho vissuto dentro, l’ho affrontato. Qualche volta ho avuto paura, ma l’ho sempre rispettato. Come un pescatore leale».

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