Inchiesta in Vaticano, nel dossier choc i soldi per tre fratelli di Becciu: dalla coop al birrificio

Le accuse: 700mila euro destinati alle attività dei familiari. E poi gli investimenti in finanziarie, holding e fondi offshore  

SASSARI. Una storia di soldi, speculazioni, fondi offshore e favori. Tante zone d’ombra concentrate nelle mani di una sola persona, il cardinale Giovanni Angelo Becciu, prefetto della Congregazione delle cause dei santi ed ex sostituto della Segreteria di Stato del Vaticano. Soldi e potere, sono questi i pilastri dell’impero finanziario che per anni avrebbe sottratto enormi quantità di denaro dalle casse del Vaticano per destinarli ad affari privati. O, perlomeno, è su questo che si basa l’accusa caduta addosso al cardinale di Pattada pochi giorni prima della pubblicazione di un’inchiesta dell’Espresso che svelerebbe tutte le mosse e gli intrighi tessuti dal cardinale negli ultimi vent’anni. Proprio il lavoro dei giornalisti ha scosso profondamente il Vaticano e Papa Francesco, che giovedì ha anticipato tutti convocando Becciu per un’udienza improvvisa in cui ha accolto le dimissioni dal porporato sardo.

Le accuse. Secondo le ricostruzioni, la lista partirebbe dalla prime missioni di Becciu come Nunzio Apostolico in giro per il mondo. I riflettori, però, si sono accesi dopo l’acquisizione da parte del Vaticano di una palazzina a Londra, in Sloane Avenue. Un’operazione da 200 milioni, decisamente sopra i prezzi di mercato, che sarebbero arrivati da un conto gestito dalla Segreteria di stato Vaticana gestito proprio da Angelo Becciu. Secondo le carte raccolte dall’Espresso, sul conto confluivano denari versati dalla Cei, la Conferenza episcopale italiana, dall’Obolo di San Pietro (l’aiuto economico che i fedeli offrono al Papa per le necessità della Chiesa e per le opere di carità in favore dei più bisognosi) e da altri enti controllati dal Vaticano. Ma questa situazione si sarebbe ripetuta più volte negli anni, con Becciu al timone dei fondi che venivano dirottati verso le attività gestite dai familiari. Si tratta di un totale di 700mila euro che sarebbe stato distribuito a partire dal 2013, con i finanziamenti a fondo perduto chiesti e ottenuti da Becciu in tre soluzioni per poi essere destinati alla cooperativa “Spes” gestita ad Ozieri dal fratello Tonino e legata alla Caritas. I primi 300mila euro sarebbero stati utilizzati per “ampliare l’attività” e “ammodernare un forno”. La seconda tranche, sempre da 300mila euro, sarebbe arrivata nel 2015 come ristoro dopo un incendio. La Cei avrebbe attinto i fondi destinati da Becciu da quelli versati per l’otto per mille. L’ultimo finanziamento sarebbe di due anni fa: 100 mila euro destinati all’accoglienza dei migranti e alla sistemazione di alcune strutture destinate all’ospitalità. In questo caso sarebbe stato direttamente il cardinale di Pattada a destinare i fondi dell’Obolo di San Pietro alla coop del fratello Tonino. Sempre secondo l’Espresso, anche gli altri due fratelli sarebbero stati aiutati dal prelato. Francesco, titolare di una falegnameria, avrebbe ristrutturato e rimodernato diverse chiese in Angola e a Cuba, due delle ultime nazioni in cui Angelo Becciu ha prestato servizio come Nunzio Apostolico dopo una lunga esperienza diplomatica iniziata in Repubblica Centrafricana e poi proseguita in Nuova Zelanda, Liberia, Regno Unito, Francia e Stati Uniti.

Nei documenti citati dall’Espresso spunta anche il nome del professor Mario Becciu, anche lui fratello di Angelo, ordinario di psicologia all’Università salesiana di Roma. In questo caso si tratterebbe del finanziamento della società “Angel’s Srl” - controllata al 95 per cento proprio da Mario Becciu - per consulenze ed installazioni legate al mondo del cibo e delle bevande, tra cui la realizzazione e la distribuzione di un prodotto particolare, la Birra Pollicina, che avrebbe avuto come sponsor tra gli istituti ecclesiastici che l’hanno acquistata proprio il cardinale.

L’inchiesta giornalistica dimostrebbe anche come i denari destinati alla coop Spes e alla “Angel’s Srl”, difficilmente tracciabili, sarebbero poi stati investiti in finanziarie, pacchetti azionari, holding e fondi offshore. Una strategia degna di un broker che avrebbe portato alla creazione di meccanismo capace di generare un buco da 425 milioni di euro nelle casse del Vaticano.

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