La proposta dell'assessore Chessa per rilanciare il turismo: «Camerieri in abito sardo»

«Gli abiti della tradizione in ristoranti e bar. Bando pronto entro l’anno»

SASSARI. Doveva essere il primo passo verso l’istituzione di un registro dei piatti tradizionali, immaginato dai Riformatori con una proposta di legge presentata in Consiglio regionale per valorizzare l’identità culinaria e supportare lo sviluppo della ristorazione di qualità. La scena però se l’è presa l’assessore regionale del Turismo, Gianni Chessa, che ha annunciato la pubblicazione di un bando che incentiverà l’uso dell’abito tradizionale sardo da parte del personale dei ristoranti. Non tutto, ovviamente. Solo i camerieri. E se non fosse stato per la pandemia, il bando sarebbe già stato pubblicato e a disposizione dei ristoratori in vena di cambiare guardaroba.

I dettagli. Chessa parte dalla paternità della proposta: «È una mia idea e se non fosse stato per la pandemia e per il ritardo sull’assestamento di bilancio, il bando sarebbe stato già pronto – spiega l’assessore –. Sono convinto che funzionerà e che possa favorire il rilancio di un settore fiaccato dalla pandemia. D’altra parte, nei comprensori turisti del Trentino ma anche all’estero, ad esempio in Slovenia, è una pratica comune che fa felice i turisti e che, ne sono convinto, farebbe piacere anche a tanti sardi. Abbiamo l’accoglienza che ci contraddistingue ma ci manca la capacità di fare promozione alla nostra identità». Detto questo, dalla Regione non arriverà alcun dress code: «Nella mia idea saranno i sindaci, magari aiutati dalle Pro Loco, a definire i dettagli sull’abito da utilizzare in ogni paese o città. Così come sui tessuti, che dovranno essere pesanti per l’inverno e leggeri per l’estate. Dobbiamo ripartire dalle nostre tradizioni, l’enogastronomia è un valore aggiunto per la Sardegna. Se siamo una blue zone per l’alto numero di centenari, il merito è anche del cibo». Gli aspetti tecnici, invece, saranno ovviamente uguali per tutti: «Il bando sarà pronto entro l’anno, prevederà incentivi e premialità annuali per i ristoranti che vestiranno tutti i camerieri con abiti tradizionali e che – continua Chessa – utilizzeranno materie prime di alta qualità provenienti dal territorio di riferimento. I piatti dovranno essere locali, come gli abiti. Questi esercizi saranno riconoscibili da una targa di qualità, affissa all’esterno, che verrà assegnata solo a chi rispetta tutti i criteri». Chessa, poi, rilancia ulteriormente: «Abbiamo molto successo nelle fiere turistiche a cui partecipiamo ma da ora in avanti, quando esponiamo la nostra cultura, le hostess dovranno indossare abiti tradizionali. È questo quello che piace ai turisti».


Le repliche. La rete ha bocciato senza appello la proposta di Chessa, ritenendola inadeguata e per nulla contemporanea. Lontano dal web, invece, gli operatori del settore della ristorazione cercano di trovare una sintesi: «Per prima cosa dico che è una proposta che ha acceso un dibattito interessante. E da cui potrebbero uscire idee ancora più interessanti – spiega Enrico Daga, ristoratore e coordinatore della programmazione per la sezione del nord Sardegna di Confesercenti –. Inizio col dire che è molto complicato immaginare un cameriere, o ancora peggio una cameriera, lavorare ai tavoli con l’abito tradizionale, allora a carnevale saranno costretti a vestirsi da mamuthones? Però Chessa ha ragione su una cosa, e se volesse sarei pronto a dargli una mano. Io stesso ho proposto a più riprese l’idea di modificare le banali, e spesso mediocri, divise dei camerieri, soprattutto quelle di chi lavora in ristoranti o bar che si affacciano aree di particolare pregio». Anche Daga ha un’idea pronta, deve solo uscire dal cassetto: «Ci sono tanti stilisti sardi, alcuni sono ormai affermatissimi, altri sono giovani emergenti. Coinvolgendoli si potrebbero ottenere risultati interessanti, come ad esempio una divisa che riporta i temi della tradizione tessile sarda, stilizzati in chiave moderna, che potrebbe cambiare di località in località e che sarebbe sicuramente più interessante di una camicia bianca e di un paio di pantaloni neri». Daga ha qualcosa in serbo anche sull’intrattenimento musicale: «Dal Sud America al mondo arabo, l’intrattenimento musicale nella ristorazione è spesso risolto da brani della tradizione rivisti in chiave lounge. Il “Buddha bar” è un esempio che funziona da anni. Lo si potrebbe fare anche in Sardegna, dove invece spessissimo, se non sempre, si sentono musiche completamente slegate dai territori. Sarebbe un passo in avanti che unirebbe la tradizione alla modernità».


 

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