Il viaggio del Clandestino in bicicletta per tutta l’Italia

Da Genova a Palermo in 30 giorni: l’avventura di Matteo Mannoni sulle due ruote. Nelle varie tappe il gallurese ha raccolto fondi per i profughi dei campi in Grecia 

SASSARI. Forse non avrebbe mai pensato di essere così felice alla vista di un semplice cartello. Un cartello autostradale: l'entrata nel comune di Palermo. E invece è andata proprio così. Quel cartello, nero su bianco, è il traguardo di Matteo Mannoni, 36 anni, partito dalla piccola frazione di San Pasquale per attraversare l'Italia in bicicletta. Un'impresa durata un mese praticamente esatto, portata avanti tra le discese costiere con il sole addosso e le salite di collina col cappuccio alzato. Una sfida con se stesso, la voglia di un'avventura, sì certo, ma sulle spalle soprattutto una causa benefica.

Lo scopo. Durante tutto il viaggio il giovane gallurese ha condiviso, con i follower sui social e con le persone che ha conosciuto, la campagna solidale in favore di Qrt Quick response team, una Ngo che opera nei campi profughi presenti nella zona circostante Salonicco, in Grecia. La raccolta fondi è stata motore trainante dei trenta giorni di pedalate, e sarà lo scopo di un altro lungo viaggio. Che Matteo compirà insieme alla moglie Consuelo. Ricongiunti in Sicilia – questo è il piano – ora si parte in camper verso la Grecia. «Una volta sul posto saremo noi personalmente, insieme allo staff, a utilizzare i soldi raccolti per l'acquisto di pacchi alimentari e medicinali. Quella che abbiamo deciso di appoggiare è un'organizzazione che si occupa di prestare assistenza medica e garantire beni di prima necessità alle famiglie dei campi. Oltre questo – spiega il viaggiatore – nella propria sede ha creato una scuola tutta al femminile. L’intero percorso nasce proprio per porre l'attenzione sull'iniziativa». Un lungo viaggio dove dentro ci sono forza di volontà, altruismo e voglia di condividere.



Il Bel Paese. La tappa di partenza è stata Genova, da lì il 20 settembre è cominciato il tragitto lungo la Penisola. «La costa ligure era molto dura da percorrere per via dei continui sali e scendi, ma davvero bella». Dunque giù per la Toscana, foto di rito sotto la torre di Pisa, le bellezze di Firenze e poi sosta a Cortona. Perché? «Il piccolo comune dove vive Jovanotti», l'idolo di una vita. «Da un punto panoramico ho subito intuito quale fosse la sua casa, una volta all'ingresso non volevo però essere invadente e subito precipitarmi a suonare il campanello. Ho aspettato un po', poi un'addetta alle pulizie mi ha detto che non era in casa. Ma in effetti avevo visto le sue storie Instagram, in quei giorni era fuori per lavorare al disco effettivamente». Arrivato nel Lazio, Matteo scopre «il fascino degli accenti» e ancora più in basso di Roma, dalle parti di Gaeta, si diverte a capire il confine linguistico con il napoletano. «Sono stati molto belli i giorni trascorsi nella costa campana. A Napoli sono stato ospitato in un oratorio e una volta lasciata la bici ho girato tra i quartieri con le canzoni di Pino Daniele nelle cuffie».

Ora Matteo si trova a Palermo, migliaia di chilometri dopo. Un viaggio «senza impormi un itinerario prima della partenza», ma che poi si è sviluppato secondo un programma ferreo.

Clandestino in bici. Via alle pedalate ogni mattina presto, e arrivo nel pomeriggio per lasciarsi sorprendere da ogni luogo attraversato e visitato in ogni suo angolo possibile. «Se uno vuole definirsi viaggiatore, deve essere curioso. Degli usi e dei costumi, della vita di chi incontra, è un discorso che si fa quando si va all’estero ma vale anche per l’Italia, che è tanto varia». Parla per esperienza, Matteo, che non è certo nuovo a imprese itineranti. Sui social, lui e la moglie sono noti come i Clandestini in viaggio. Prima del covid hanno percorso l’Asia con qualsiasi mezzo per quasi due anni. Anche lì, senza imporsi mete e percorsi, e con la voglia di rendersi utili alle cause sociali. Hanno fatto volontariato in Cambogia e a Calcutta. E anche l’idea del viaggio in bici non è una novità per Matteo, lui che alcuni anni fa per spirito d’avventura aveva pedalato per tutto il Marocco.

Si riparte da Palermo. «Viaggiare in bicicletta e in solitaria facilita l’incontro, la gente che ho incontrato era incuriosita, vedendomi pieno di bagagli». Lungo tutto questo mese, infatti, a dargli ospitalità sono stati alcuni amici sparsi per le regioni ma anche molti sconosciuti. «Sì, ho con me una tenda con cui ho dormito nei campeggi, ma sono stato ospite di parrocchie, oratori, e a casa di persone conosciute per caso», o quasi. «Devo dire che ho scoperto il lato positivo dei social. Un ragazzo, qualche giorno fa, mi ha scritto dicendomi che stava seguendo l’avventura e non ero lontano dal suo paese, poco prima di Palermo. Un completo sconosciuto – racconta contento il gallurese – che mi ha offerto da mangiare e un appartamento per dormire. Ed era già successo con una famiglia. Sono quei legami sinceri che solo il viaggio riesce a creare». Ma soprattutto, ci tiene a ribadirlo, «chi mi ha ospitato, lo ha fatto dopo aver ascoltato la mia storia, l’iniziativa della raccolta fondi. Ha capito che non era solo una vacanza ma che questa cosa ha dietro uno scopo sociale».

Ammette di non aver trattenuto le lacrime sul traghetto dalla Calabria alla Sicilia. Palermo era diventata la sua Mecca. «Posso dire che è stata dura ma avrei continuato anche oltre. Molto bello vedere, anzi vivere, l’Italia in questo modo». E ora? «E ora sono pronto, si va in Grecia».

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