Giuseppe Cossiga: «Mio padre Picconatore, quanti litigi per la politica»

Il figlio dell’ex presidente ricorda il turbolento settennato finito con le dimissioni. «Cambiò dopo una telefonata di De Mita: per la prima volta disse una parolaccia»

SASSARI. Suo padre è stato per sette anni presidente della Repubblica, ma lui al Quirinale c’è stato solo due volte. Giuseppe Cossiga, come il resto della famiglia dell’ex capo dello Stato, ha fatto della privacy uno stile di vita. Anche se poi anche lui, ingegnere aeronautico, ha ceduto al richiamo della politica, 12 anni da parlamentare sotto le insegne di Forza Italia, salvo l’ultima fase in Fdi. Poi il ritorno all’oblio. Ma ora, in vista della partita per la successione di Mattarella, accetta di raccontare il suo Quirinale, da figlio di Francesco Cossiga e da grande elettore. Ma con una premessa: «Delle cose politiche di mio padre non me ne sono mai occupato e non ne so nulla».

Alla sua nascita suo padre era già in Parlamento: quali sono i suoi primi ricordi politici?

«Più che politici ho ricordi di quando venivamo a Roma a trovarlo. Lui era sottosegretario alla Difesa e partivamo con l’aereo militare. Io ero già appassionato di aerei. Poi ricordo quando spariva per la campagna elettorale, il suo ufficio a Sassari in via Cavour. Ma di politica niente. Per me era solo il lavoro di babbo».

E il primo presidente della Repubblica che ha conosciuto?
«Leone. Penso anche di averlo conosciuto di persona. Per trovare il successivo bisogna arrivare a mio padre».

Pertini mai? Eppure si dice che avesse molta simpatia per suo padre e fosse felice di averlo come successore.
«Non posso confermare, ma conoscendo le peculiarità delle due persone ci può stare».

Suo padre è stato ministro, premier: ha mai pensato potesse arrivare al Quirinale?
«La notizia in casa fu un fulmine a ciel sereno. Non so se mia madre in cuor suo lo sapesse. E forse ne era terrorizzata».

Il nome di suo padre fu frutto di un accordo Dc-Pci: prima della elezione ne parlò in casa?
«La sera prima ci disse: sarò eletto, finirà così. Evidentemente i giochi erano già stati fatti e lui tenne a dircelo».

Quando fu eletto capo dello Stato lei aveva 22 anni: che ricordo ha di quella giornata?
«Ho un ricordo più nitido di quando ci comunicò che sarebbe stato presidente. E del giorno dopo l’elezione. La nostra casa fu assediata dai fotografi a caccia di immagini di mia madre, di noi figli. Eravamo degli sconosciuti e non ce c’erano foto in giro. Fu un assedio pesantissimo a cui fu difficile sottrarsi».

La sua famiglia però riuscì a difendere la privacy.
«Qualche mia foto esiste perché sono stato deputato, ma di mia madre sono molto rare».

Suo padre scelse di non trasferirsi al Quirinale.
«Quando era possibile tornava a pranzo a casa, magari anche a cena. Più di una volta si trattenne in un appartamento del Quirinale. Lo stesso fece Pertini nel suo settennato».

Ma è vero che lei è stato solo due volte al Quirinale?
«Verissimo. La prima per un piccolo rinfresco dopo l’elezione, la seconda perché avevo urgenza di fare delle fotocopie. Mi presentai a uno degli ingressi laterali e chiesi della segretaria di mio padre. Non mi credettero, ma la chiamarono lo stesso. E lei: “se c’è un ragazzino un po’ scalmanato fatelo passare”. E così entrai per la seconda e ultima volta al Quirinale».

Perché suo padre frequentava la Sardegna così poco?
«Io sono cresciuto a Roma, ma sono anche vissuto in una Sassari mitizzata che era quella che si viveva a casa mia. Il meno sardo di tutti, pur nell’intimo sassarese, era mio padre. Credo che lui abbia limitato le sue venute in Sardegna perché aveva un po’ paura del costume sassarese di smitizzare troppo i suoi figli. Non fece mai una visita ufficiale perché temeva la malizia della sua città dissacrante. Invecchiando, invece, ha riapprezzato la sua terra, rinvigorito la sua sardità ed è venuto tantissimo».

La presidenza Cossiga è stata caratterizzata da due fasi.
«Ci sono un prima e un dopo, ma il vero Cossiga era quello della seconda fase. Ha ragione Mario Segni quando dice che mio padre era un po’ pazzerellone».

Trent’anni dopo lei è in grado di dire cosa fece cambiare atteggiamento a suo padre?
«Non conosco bene la storia, ma c’è un momento in cui io faccio iniziare questo cambiamento. In casa lui non voleva che dicessimo parolacce, era molto attento anche lui a non dirle. Un giorno eravamo in sala da pranzo e squillò il telefono. Era il centralino del Quirinale e gli passò De Mita. Improvvisamente sentimmo mio padre urlare: “adesso mi avete rotto i coglioni”. Per me quell’episodio è l’inizio della seconda fase della presidenza».

Nel mirino di suo padre finirono in tanti, da Occhetto a Vespa, da Pomicino a Baudo, a qualcuno chiese anche scusa. Qual è la picconata che ancora oggi ricorda con dolore?
«Rimasi scioccato da quello che era un evidente abuso di posizione dominante per una cosa su cui aveva sicuramente anche ragione. Fu quando massacrò in televisione Palamara. Ricordo un uomo in silenzio che veniva fatto a pezzi da questo vecchio signore. Pensai: “sta veramente esagerando”. E provai disagio».

Come visse l’impeachment? Luigi Berlinguer ha detto alla Nuova: fu una richiesta avventata del Pds.
«Fu profondamente dispiaciuto perché nasceva dal Pci di Berlinguer, suo cugino. La sentiva come una ferita. Nella storia della evoluzione del Pci lui si era ritagliato un posto e dunque pensava di avere con i comunisti un rapporto tale che loro lo avrebbero compreso. Vedersi messo sotto accusa dagli eredi di Berlinguer lo visse come un tradimento. Apprezzo che Luigi Berlinguer ammetta che si trattò di un grave errore che non apparteneva alla storia del suo partito».

Come visse il 28 aprile 1992?
«Non ho un ricordo particolare, vivevo in Francia. Ma subito dopo le dimissioni venne a trovarmi».

Dopo di lui sono saliti al Quirinale Scalfaro, Ciampi, Napolitano, Mattarella: qual era quello più affine a suo padre?
«Assolutamente nessuno. Forse su alcune cose Napolitano».

Per esempio?
«Una forte percezione delle proprie qualità, possiamo dirla così».

Suo padre diceva: mio figlio è di destra, mia figlia di sinistra.
«Era così. E anche mio padre era di sinistra».

Litigavate?
«In maniera molto accesa per questioni di politica e religione».

Come giudicò l’operazione Udr con cui suo padre fece nascere il governo D’Alema?
«Fu senza dubbio una congiura di palazzo».

Quando Forza Italia le propose la candidatura cosa disse?
«Si stupì del fatto che non fossi candidato con An. Al di là della battuta, era contento che nonostante gli anni difficili attraversati per la sua assenza o da reclusi durante il terrorismo suo figlio intraprendesse un cammino come il suo. Voleva dire che non mi aveva trasmesso un’immagine della politica del tutto negativa. Per farla breve disse: non ho sbagliato tutto».

Lei è stato 12 anni in Parlamento, ma solo una volta grande elettore, nel 2006: che ricordo ha di quella esperienza?
«Non votai Napolitano. All’ultimo scrutinio non ritirai neanche la scheda per non essere additato tra quelli che avrebbero votato per il presidente eletto».

Beppe Pisanu ha confermato che Berlusconi avrebbe voluto D’Alema.
«Al primo scrutinio credo anch’io di avere votato D’Alema. Pensai: se proprio deve essere un comunista ce lo scegliamo noi».

Nel 2020 il presidente Mattarella ha fatto una lectio magistralis a Sassari su suo padre.
«Ho apprezzato molto le sue parole, un discorso di una persona seria, perbene e preparata».

Cossiga è un politico controverso: amato o odiato. Come viveva lui questo fatto?
«Rimaneva stupito che qualcuno non comprendesse la sua grandezza. Ma questa cosa lo divertiva anche».

Come finirà la partita del Quirinale?
«La vedo una corsa molto confusa in un Parlamento mai stato così confuso. Un sistema elettorale bipolare in un contesto politico tripolare ha prodotto un Parlamento che ha già fatto abbastanza danni. Basta vedere come si è governato in questi anni. Tutto e il contrario di tutto, anche in contemporanea. Ora verrà eletto un nuovo presidente o sarà confermato quello in carica. Prima si aveva paura che il popolo votasse il presidente, ma davanti a questo Parlamento viene da chiedersi se non sia più sensato estrarlo a sorte o affidarsi al voto popolare».

Ma lei ha un identikit del successore di Mattarella?
«Il mio candidato è una ottima persona con cui ho fatto una parte del mio cammino politico: Guido Crosetto».

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