Gli Smenghi 29 anni dopo: «Aiutateci ad avere giustizia»

I fratelli Smenghi con figli e nipoti: la prima a destra è Rosa, al centro Gabriele e Donatella, sotto al centro Jessica

I genitori e tre fratellini annegarono a Portovesme risucchiati in un tubo nel 1993. Rosa, la più grande, adottò i tre superstiti di 5, 3 anni e 6 mesi: «Lei ci ha salvato»

SASSARI. Più o meno ogni due anni papà Giorgio radunava i figli intorno a un tavolo e con un sorriso grande così annunciava “bambini, vi dobbiamo dire una cosa...” E Rosa, dopo la terza o quarta volta, lo bruciava sul tempo: “Papà ancora? Un altro? Basta, siamo già tanti!” E poi ridevano tutti, ed erano risate belle e aperte in casa Smenghi, perché l’arrivo di un fratellino o sorellina era sempre una festa. E chissà se alla riunione del 1992, per annunciare l’arrivo di Donatella, ne sarebbero seguite altre. La piccola di casa aveva 6 mesi quando i suoi genitori Giorgio e Pinella, 42 e 34 anni, annegarono nel tentativo di salvare tre fratellini più grandi: Margherita, 13 anni, Roberto, 11, e Maria Teresa, 8. Era il 5 agosto del 1993. Morirono tutti, risucchiati in uno dei tubi di aspirazione sotto un pontile nella spiaggetta all’interno del porto industriale di Portovesme, a poche centinaia di metri dalla fabbrica in cui Giorgio lavorava come operaio. Morì anche Mauro Salaris, 11 anni, un amico conosciuto in spiaggia quella mattina.

Gli altri tre figli di Giorgio e Pinella giocavano con la sabbia: c’erano Gabriele, 5 anni, Jessica, 3, e Donatella nella sua culletta. La più grande, Rosa, non era andata al mare con loro: era rimasta a fare compagnia a una signora anziana nel suo paese, San Giovanni Suergiu, anche perché nella Ford Escort blu di Giorgio si stava già abbastanza stretti. Rosa non aveva ancora compiuto 17 anni. Quella sera si ritrovò orfana di entrambi i genitori, con tre fratellini da piangere e altri tre a cui badare. Rosa Smenghi quel pomeriggio salutò la sua adolescenza per sempre. «Ci penso io ai miei fratelli, sono tutto quello che mi resta, nessuno ci separerà». Rosa lo giurò e la promessa la mantenne. Grazie a lei i bambini non furono dati in adozione, non furono divisi. Fu lei a fare da madre e da padre, oltre che da sorella maggiore.

Ventinove anni dopo, Donatella la chiama ancora mamma. Ventinove anni dopo i fratelli Smenghi sono uniti più di prima nel chiedere giustizia: vogliono che l’inchiesta, chiusa con una archiviazione, sia riaperta, «perché quell’incidente poteva essere evitato». C’è una certezza granitica alla base di tutto: «Papà non avrebbe mai messo la sua famiglia in pericolo. Noi figli e la mamma eravamo la sua vita, non ci avrebbe mai portato in un posto poco sicuro. Quello lo era ma lui non lo sapeva perché non c’erano cartelli a segnalarlo».

La scelta di Rosa. Rosa Smenghi oggi ha 45 anni, una figlia di 17, un lavoro in Toscana, provincia di Lucca. «La mia vita? Eh.... potrei scrivere un libro. Ma rifarei tutto, pure se ho commesso tanti errori. Ho sempre pensato al bene dei miei fratelli, ho sempre agito per tenere unita la famiglia». Per farlo Rosa si è pure sposata, quando aveva appena 18 anni. «Era l’unica possibilità per tenere i bambini con me. Un giudice una volta mi ha detto “sei sicura? ma chi te lo fa fare?” Anche altri hanno provato a farmi cambiare idea, ma io niente, testarda come il mio papà. Per lui e la mamma la famiglia era tutto, lei dalla mattina alla sera a lavare e cucinare, lui che dopo il lavoro si inventava mille cose per arrotondare, andava a pescare o a intonacare qualche casa. La mamma che al rientro da scuola ci faceva sedere tutti e diceva “e ora raccontatemi la vostra giornata”, e noi a parlare, a ridere, a scherzare. Mio padre che lasciava i bigliettini sul frigo prima di uscire “buongiorno bambini, vi voglio bene”. E la domenica ci portava in campagna, una tovaglia e via, la gita era fatta. Ecco, con un esempio così, cos’altro avrei potuto fare?»

Dopo quel giorno. «Rosa ci ha salvato, lei ci ha tenuto uniti», dice Gabriele, 34 anni. «E quando ci hanno allontanato da lei, siamo scappati per stare di nuovo insieme», aggiunge Jessica, 31 anni. Uno vive vicino a Milano, l’altra a Carbonia: sono entrambi genitori, Gabriele fa il magazziniere e ha una bimba che ha chiamato Margherita come la sorella che non c’è più, Jessica ha 3 maschi. Donatella invece ha 29 anni e vive a Sant’Antioco: fa equitazione da sempre, sogna di aprire un maneggio. «Quando Rosa si è separata dal marito, siamo tornati dai parenti di papà in Lombardia. Io e Jessica da uno zio, Donatella da un’altra zia nella casa accanto. È stato difficile – dice Gabriele – perché ci vedevamo poco e soprattutto non vedevamo Rosa». Anche lei, per cercare di stare il più possibile accanto ai fratelli, aveva lasciato la Sardegna. Ma la legge non era dalla sua parte: impossibile tenere insieme la famiglia. «Ma il richiamo era troppo forte e un giorno Jessica uscì di casa e salì su un treno: «Avevo 15 anni, ero tutto organizzato, nella mia testa sarei andata a stare con Rosa». Quando i carabinieri la rintracciarono lei fu categorica: «Dagli zii non torno».

Per un periodo fu accolta in una comunità per minori, poi finalmente riabbracciò Rosa. «Lei è stata brava con noi, ha rinunciato alla sua adolescenza, le dobbiamo tanto», dice Jessica. Che aggiunge: «Attraverso i suoi ricordi e i suoi racconti ho conosciuto i miei genitori. Io ero piccola, di quel giorno al mare non ricordo niente. Ma il sabato e la domenica mi piace invitare tanta gente a casa, cugini, zii e amici, e fare festa con poco. Questo spirito mi hanno detto che l’ho ereditato da mamma e papà».Donatella, la piccola, si commuove quando parla di Rosa: «Mi ha insegnato a camminare, mi ha nutrito quando prendevo ancora il latte, è stata una mamma, una sorella, un’amica. Rosa mi ha insegnato l’educazione e il rispetto, mi ha trasmesso la lealtà dei nostri genitori, che ho conosciuto grazie a lei. Rosa è il mio tutto».

Il ricordo e i dubbi. Gabriele invece dei genitori ha delle immagini stampate nella memoria. «Mia madre che stende il bucato nel piccolo spazio all’aperto sul retro di casa, io che le stavo intorno e giocavo. Mio padre che tornava a casa con il pesce fresco, i suoi sorrisi». Anche di quel giorno al mare Gabriele Smenghi ha un ricordo: «Sai quei flash che ti restano impressi per sempre? Ecco, io ero sulla riva e giocavo con altri bambini quando vidi un uccellino che si posava sull’acqua. Notai che faceva uno strano movimento, come un mulinello che girava. Mi colpì ma non pensai a nulla di particolare. Era una giornata tranquilla, c’era il sole, il mare era piatto. Avevo 5 anni, conoscevo quel posto perché i miei genitori mi avevano portato altre volte, non potevo immaginare che la mia famiglia fosse in pericolo».

I ricordi di quel giorno per fortuna si fermano qui. Margherita che chiude aiuto, papà Giorgio che si tuffa, mamma Pinella che lo segue, Maria Teresa e Roberto che piangono e vanno dietro i genitori, il piccolo e coraggioso Mauro che cerca di salvare gli amici. Sei corpi che scompaiono, inghiottiti dal vortice sotto il pontile. Le urla, la disperazione, la resa. Le mani pietose che accarezzano i bambini rimasti soli sulla spiaggia, le braccia che li portano via. E poi Rosa, che aspetta di vedere la Ford Escort blu sbucare dall’angolo. Rosa che da quel momento non sarà più una ragazzina.

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