Il somaro Mogadiscio e un’Olbia che non c’è più
di Dario Budroni
Storia della vecchia spiaggia cittadina
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OLBIA. Forse l’unica cosa che hanno in comune sono le palme. Crescono proprio di fronte, sul lungomare cittadino da poco trasformato in un luogo finalmente piacevole e ordinato. Per il resto, al posto dell’Oceano indiano c’è la foce del rio Seligheddu e invece di un minareto svetta alle sue spalle il campanile in cemento armato della Sacra Famiglia. Anche Olbia ha la sua Mogadiscio: è una spiaggia, si trova nella zona più interna del golfo, e porta curiosamente il nome di una città che sorge poco sopra la linea dell’equatore, in Africa. Lasciti del periodo coloniale italiano. La vecchia spiaggia olbiese – soprattutto un tempo base di pescatori in chiattino e arsellatori col rampino – condivide da un pezzo il nome con la lontanissima capitale della Somalia. In tanti ignorano il perché, ma la risposta la diede anni fa uno dei maggiori studiosi del passato cittadino, Dionigi Panedda. La storia è questa: Mogadiscio si chiamava un asino che, una volta morto, venne sepolto proprio lì, tra la terra e la sabbia della spiaggia che, da quel momento, prese il suo nome.
L’asino coloniale. Oggi viene individuata come Mogadiscio un po’ tutta l’area che va dall’ex ponte di ferro fino allo specchio acqueo in cui stazionano i fenicotteri rosa. In realtà, la spiaggetta in questione è quella compresa tra i pontili della Marina della Sacra Famiglia e il muro della vecchia peschiera. Nella zona si contano altri antichi toponimi, come Sa Foghe Manna, Su Tappaiu, Pischistodiu. A resistere allo scorrere del tempo, però, è stato soprattutto quello di Mogadiscio, che ha un po’ inglobato il resto. Un toponimo che, come scriveva Panedda nel suo I nomi geografici dell’agro olbiese, «risale al periodo in cui, a metà degli anni Trenta, l’Italia si impadronì dell’Etiopia. Durante quella vicenda, tra gli altri centri del Corno d’Africa divenuti familiari alla cronaca ci fu anche quello di Mogadiscio, allora capitale della Somalia italiana. Ebbene, fu in quegli anni che, in Olbia, il nome Mogadiscio fu dato, forse da un reduce, a un asino. Morta la bestia, il suo nome è restato al tratto di costa in cui fu abbandonata la carcassa del somaro». Una versione riscontrata anche da Simplicio Usai, appassionato di storia locale e autore del volume dedicato ai toponimi costieri Olòdromu, la rotta da seguire. «Andò proprio come scrisse Panedda – spiega Usai –. Nel corso della mia ricerca, ho parlato con alcuni anziani che hanno confermato la storia».
Passato e futuro. Fino a non troppi anni fa l’area di Mogadiscio era frequentata da numerosi pescatori. Una tradizione marinara che non è andata del tutto perduta. «Ma una volta Mogadiscio era anche la spiaggia di noi olbiesi – ricorda Usai –. Negli anni Sessanta, ci facevamo addirittura il bagno. Le famiglie si organizzavano e passavano intere giornate al mare. L’acqua era pulita». Poi, gli olbiesi si sono spostati verso altri lidi e Mogadiscio è man mano finita nella morsa del degrado. Un vero peccato, considerato che si tratta di una area ricca di biodiversità e potenzialmente meravigliosa. Per questo il Comune, già da diversi anni, ha deciso di riqualificare tutto il tratto di Mogadiscio nell’ambito del progetto di rigenerazione urbana Iti. Tra non molti giorni sarà pubblicata la gara d’appalto e l’intera zona sarà trasformata in un grande parco sul mare, con camminamenti, piste ciclabili, postazioni per il birdwatching, giochi per bambini e piccoli chioschetti.
L’asino coloniale. Oggi viene individuata come Mogadiscio un po’ tutta l’area che va dall’ex ponte di ferro fino allo specchio acqueo in cui stazionano i fenicotteri rosa. In realtà, la spiaggetta in questione è quella compresa tra i pontili della Marina della Sacra Famiglia e il muro della vecchia peschiera. Nella zona si contano altri antichi toponimi, come Sa Foghe Manna, Su Tappaiu, Pischistodiu. A resistere allo scorrere del tempo, però, è stato soprattutto quello di Mogadiscio, che ha un po’ inglobato il resto. Un toponimo che, come scriveva Panedda nel suo I nomi geografici dell’agro olbiese, «risale al periodo in cui, a metà degli anni Trenta, l’Italia si impadronì dell’Etiopia. Durante quella vicenda, tra gli altri centri del Corno d’Africa divenuti familiari alla cronaca ci fu anche quello di Mogadiscio, allora capitale della Somalia italiana. Ebbene, fu in quegli anni che, in Olbia, il nome Mogadiscio fu dato, forse da un reduce, a un asino. Morta la bestia, il suo nome è restato al tratto di costa in cui fu abbandonata la carcassa del somaro». Una versione riscontrata anche da Simplicio Usai, appassionato di storia locale e autore del volume dedicato ai toponimi costieri Olòdromu, la rotta da seguire. «Andò proprio come scrisse Panedda – spiega Usai –. Nel corso della mia ricerca, ho parlato con alcuni anziani che hanno confermato la storia».
Passato e futuro. Fino a non troppi anni fa l’area di Mogadiscio era frequentata da numerosi pescatori. Una tradizione marinara che non è andata del tutto perduta. «Ma una volta Mogadiscio era anche la spiaggia di noi olbiesi – ricorda Usai –. Negli anni Sessanta, ci facevamo addirittura il bagno. Le famiglie si organizzavano e passavano intere giornate al mare. L’acqua era pulita». Poi, gli olbiesi si sono spostati verso altri lidi e Mogadiscio è man mano finita nella morsa del degrado. Un vero peccato, considerato che si tratta di una area ricca di biodiversità e potenzialmente meravigliosa. Per questo il Comune, già da diversi anni, ha deciso di riqualificare tutto il tratto di Mogadiscio nell’ambito del progetto di rigenerazione urbana Iti. Tra non molti giorni sarà pubblicata la gara d’appalto e l’intera zona sarà trasformata in un grande parco sul mare, con camminamenti, piste ciclabili, postazioni per il birdwatching, giochi per bambini e piccoli chioschetti.
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