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L'ex direttore racconta le due fughe dal carcere dell'Asinara

Storie di evasioni dall'isola-prigione. Franco Massidda: «Non solo Boe: un legionario ci tenne in scacco per 7 giorni e un detenuto arrivò alla Pelosa»


24 giugno 2022 di Luigi Soriga


SASSARI. Fa parte del gioco, ogni direttore di un carcere mette in conto le evasioni. E se il penitenziario è di massima sicurezza, la ricerca della libertà diventa una sorta di “diritto” del detenuto. Franco Massidda, responsabile della colonia penale dell’Asinara dal 1980 sino all’86, di tentativi di fuga ne ha vissuti diversi. «È l’eterna rivalità tra custode e custodito. Paradossalmente anche la legge riconosceva questa aspirazione alla libertà, c’era un occhio benevolo: le evasioni venivano punite con pochi mesi di carcere e allora, per inasprire ogni tanto la pena, sapete il giudice che faceva? Aggiungeva il furto dei pantaloni, che valeva 1 anno di reclusione». Questa sfida tra “guardie e ladri” dava delle scosse di adrenalina a un’isola carcere dal bioritmo sempre uguale. La più emblematica è stata quella col legionario. «Le sue parole le ricordo come fosse oggi. L’avevamo appena catturato, ci aveva tenuto in scacco per una settimana. Lo interrogavo e mi disse: dottò, mi avete preso, ho rischiato la vita, ma posso rimanere qui altri vent’anni, e non ci sarà giorno in cui io non proverò ad andarmene».

Il legionario. Bulgaro, 35 anni, due omicidi alle spalle, era un legionario espertissimo in tecniche di sopravvivenza. Anno 1985, sezione di Fornelli, regime duro. «Le evasioni non sono quasi mai improvvisate. Studiano, sono chirurgici, individuano l’anello debole, la guardia carceraria più addormentata». È maggio, sono le 17,30, ora d’aria nel campo di calcio, un gruppo di detenuti finge una rissa, l’agente si avvicina, si distrae, e il legionario e un nuorese di 22 anni, politico terrorista, si arrampicano, salgono sul tetto, e saltano dall’altra parte. Ore 18,30, termina la ricreazione, parte la conta. All’appello ne mancano 2. I detenuti vengono riportati in cella, si controlla nome per nome, e scatta l’allarme.

La caccia all’uomo. «Avevano già tre ore di vantaggio, un tempo che gli consentiva di arrivare sino al mare di Fornelli. Mandiamo le pattuglie a bloccare il passaggio, agenti anche all’isola Piana. Poi cerchiamo degli indizi, per capire le loro intenzioni». Inizia la partita a scacchi. «Controlliamo gli acquisti: i giorni precedenti avevano comprato viveri allo spaccio. Mancava un chilo di cioccolatini. Probabilmente, prima di lasciare l’Asinara, volevano restare nascosti per qualche giorno». Fa buio, battuta prevista l’indomani all’alba. Tutti gli agenti penitenziari vengono richiamati da ferie e riposi, l’isola viene blindata, i residenti non possono circolare, non bisogna interferire con i punti di osservazione. Turni h 24, gli agenti sono nervosi.

L’avvistamento. Passano due giorni di ricerche, nessuna traccia. Ma poi finalmente arriva la prima mossa. «Quel giorno c’era una partita di Champions. Mi ricordo di aver dato direttive precise: metti di vedetta le guardie non appassionate di calcio. Io ero a Cala d’Oliva, davanti alla tv. E nel momento esatto in cui l’arbitro ha posato il pallone sul dischetto, arriva la telefonata: “Li abbiamo visti”. Volevano approfittare della partita per spostarsi». Davanti al porto di Fornelli c’era un campo di grano, con le spighe già alte. A bordo di una pilotina, al tramonto, il marinaio fumava una sigaretta. All’improvviso vede due teste che si alzano e si abbassano. Il marinaio prende la radiolina e avvisa il quartier generale. Una guardia a terra, afferra il mitra, sale sulla camionetta, e raggiunge il campo di grano. A quel punto dà di matto, e comincia a sventagliare raffiche all’impazzata. I due evasi corrono a zig zag e la fanno franca. «Quando siamo arrivati, si erano già dileguati. Ci avevano fregato». Si riparte da zero, ma almeno una cosa è certa: il legionario e il nuorese erano ancora sull’isola.

L’isola al setaccio. Franco Massidda all’Asinara è nato e cresciuto. Se c’è uno che conosce palmo a palmo ogni sentiero è lui. Alle ricerche sta in prima linea, è come un segugio. «Arruolo quattro cacciatori, gli do le indicazioni: voi riconoscete le tracce, in questi giorni piove, l’erba calpestata si vede. Andate sul monte di Fornelli e portatevi i fucili». La sera dopo lo chiamano: «Dottore, sono passati qui. Erba bassa, e soprattutto su un lastrone di granito piatto abbiamo trovato dei cespugli sradicati . Che dobbiamo fare?». Ma un metro sotto di loro, acquattati all’interno di un buco e un cunicolo, c’erano anche gli evasi che ascoltavano in diretta. Quei cespugli servivano a nascondersi quando prelevavano l’acqua che si accumulava nelle pieghe della roccia. Così l’indomani mattina, quando 50 agenti circondano la zona, trovano il giaciglio già vuoto.

La prima cattura. Passano altri due giorni, altre due battute, finché un ausiliario appostato vede passare davanti a sé i due fuggiaschi. Spara in aria, il nuorese si ferma, il legionario scappa. Il sesto giorno c’era vento forte. «Faccio appostare 4 agenti nella estrema punta sud di Fornelli. Accovacciati, buio pesto, niente luci, niente sigarette, sotto le coperte armati. Gli si accuccia un cane di fianco, sta buono con loro. Ma a un certo punto rizza le orecchie e si alza di scatto. Le guardie accendono i fari, vedono un’ombra correre, intimano l’alt e poi sparano raffiche di mitra. Il legionario sparisce».

L’epilogo. Il settimo giorno è quello della resa dei conti. «Raduno tutti gli uomini, saremo in 250. Faccio un discorso motivazionale: siete sei giorni che non tornate a casa, è ora di chiudere questa storia. Voglio che guardiate in ogni cespuglio». Due vedette, piazzate sul punto più alto della montagna, bene in vista, facevano da deterrente. Il legionario non poteva spostarsi. Setacciano palmo a palmo, 250 contro 1, e alla fine lo beccano. Questa volta si arrende. «Corro col fuoristrada a toglierlo dalle grinfie degli agenti. Volevano linciarlo. Riusciamo a caricarlo con difficoltà. Dottò, ce lo faccia solo vedere, dicevano le guardie, mica vogliamo fargli nulla....».

L’altra evasione. La storia consegna Matteo Boe come l’unico capace di lasciare l’Asinara. In gommone, 1986, con l’aiuto della compagna Laura Manfredi. Ma in verità nel 1962, c’è stato un altro detenuto che con una barchetta era fuggito sino ad arrivare alla Pelosetta. Franco Massidda a quell’epoca era studente universitario, abitava a Cala Reale e quella lancetta stintinese era proprio la sua. «La lasciavo legata al molo, con i remi ma senza scalmi, e per sicurezza toglievo un pezzo del motore. Mai avrei pensato che potessero rubarmela». C’era un detenuto a Campu Perdu che per 15 giorni si è finto malato. Si metteva nel letto sempre rannicchiato nella stessa posizione, di spalle alle guardie, sotto una coperta, con un berretto. Era giugno e quel giorno, al posto suo, nel letto c’era un fantoccio. Aveva rubato un’anguria, grande come una testa, e una sella fatta di peli, che al buio sembravano i capelli. Poi aveva riempito le calze, per simulare i piedi. E quando la guardia aveva fatto i controlli, invece di chiamarlo era passata oltre. Il detenuto aveva divelto una finestrella , scappato sul tetto, e poi era andato dritto a Cala Reale. Era salito sulla barca in legno, sciolto la cima, fissato i remi con delle corde, e aveva vogato su quella lancia pesantissima per ore, prima di approdare alla Pelosetta. «Nella barca c’era anche una paglietta di mia zia e i suoi occhiali da sole. I pescatori raccontano di aver visto questo tipetto basso, a bordo della barca, sbattere contro gli scogli, in occhiali e paglietta, salutare, fermarsi a fumare una sigaretta, e infine incamminarsi e sparire. I carabinieri lo hanno trovato due giorni dopo a San Giovanni, mentre saliva su un treno».
 

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