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L’astrofisica madre dell’Einstein Telescope: «Il progetto è realtà, al lavoro già 1200 persone»

di Claudio Zoccheddu
L’astrofisica madre dell’Einstein Telescope: «Il progetto è realtà, al lavoro già 1200 persone»

Marika Branchesi fa parte del comitato scientifico per Sos Enattos: «Gli occhi del mondo su Lula, è necessario preservare la tranquillità del luogo»

10 marzo 2023
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Sassari Nel 2017 la rivista Nature l’ha inserita tra le dieci persone più importanti dell’anno. Un anno dopo Time l’ha iscritta all’elenco delle cento persone più influenti del 2018. Ma il curriculum dell’astrofisica Marica Branchesi comprende anche, e soprattutto, la collaborazione con il team scientifico che nel 2016 si è aggiudicato il Breakthrough Prize per aver scoperto le onde gravitazionali. E proprio gli eventi teorizzati da Einstein cento anni prima della loro dimostrazione faranno sicuramente parte del futuro dell’astrofisica di Urbino, soprattutto dopo il suo ingresso nel Comitato tecnico scientifico che guiderà la candidatura dell’Italia ad ospitare l’Einstein telescope (Et) e che coordina parte del lavoro dei 1200 scienziati che attualmente lavorano al progetto: «Che secondo me è un esperimento scientifico fantastico che per noi scienziati sarebbe stupendo portare in Italia, che diventerebbe il centro mondiale delle esplorazioni dell’universo. Un’opera di questo tipo porterebbe benefici a tutto il territorio, con infrastrutture e nuovo edifici scolastici».

Eppure, non tutti sembrano apprezzare la possibilità di abbandonare l’anonimato per finire al centro della cartine scientifiche, e non solo, di tutto il mondo. Diversamente, a Sos Enattos non sarebbe mai comparso un ordigno esplosivo: «Spero che non si ripetano episodi come questo – aggiunge l’astrofisica – ma ci sono le indagini in corso e sono convinta che tutto verrà chiarito molto presto».

E se a Sos Enattos mettono le bombe, nell’euroregione Mosa Reno, tra Belgio, Germania e Olanda, il consiglio provinciale di Limburgo “non consentirà la costruzione o la concessione di licenze di turbine eoliche, miniere e scavi nell'area di ricerca e protezione del telescopio Einstein e in una zona di dieci chilometri intorno ad esso”: «Una scelta comprensibile commenta Branchesi –, è bene tutelare un sito candidato ad ospitare uno strumento del genere. Tutto dovrebbe essere organizzato in modo da rendere il territorio perfetto per questa candidatura. E poi, in futuro, non è detto che non si possano cambiare le posizioni, definire le distanze di sicurezza. Intanto è necessario prendere una posizione chiara, perché se verrà deciso che questa diventerà la casa dell’Et, le condizioni dovranno essere adeguate».

Una scelta che non dovrà cambiare anche nel caso in cui Et trovi casa sia in Sardegna sia nella regione Mosa-Reno: «La divisione dell’Et è una possibilità, la stiamo studiando e stiamo cercando di capire quali possano essere i benefici e quale sia la soluzione migliore». Dividere, tuttavia, potrebbe indebolire la struttura, perlomeno come “peso” e come prestigio per chi la ospiterà: «Non dal punto di vista scientifico. Anzi, ci sarebbero configurazioni che potrebbero addirittura migliorare. E dal punto di vista del prestigio, anche diviso sarebbe comunque uno strumento bellissimo, in grado di scrivere il futuro dell’astrofisica. Ci sono tanti calcoli da completare, tante variabili da indagare per capire i vantaggi e gli svantaggi di una o dell’altra scelta. Dovremo valutare anche gli aspetti economici, i rischi del differente design della struttura. C’è davvero tantissimo lavoro da fare».

Ed è qua che arriva forse la prima informazione che potrebbe mettere a fuoco la grandezza del progetto Et: «Il team di lavoro è attualmente composto da circa 500 persone che curano la parte scientifica del progetto, poi c’è l’instrumental science board e in tutto siamo circa 1200 persone che arrivano da enti diversi e che si occupano di questioni differenti ma che lavorano per rendere possibile la realizzazione di un progetto fondamentale come quello dell’Et», aggiunge Branchesi. In altri termini, il progetto è ancora in fase embrionale, non è stata definita una casa ma il “cantiere” di Et conta già un numero di occupati che nell’isola possono vantare in pochi.

Occupazione a parte, Et porterà in dote anche clamorose scoperte scientifiche, anche se per i profani non è facile immaginare quali: «Ci saranno impatti su tanti campi, dalla fisica fondamentale all’astrofisica, dalla fisica relativistica a quella nucleare. Nel 2015, con la scoperta delle onde gravitazionali, abbiamo aperto un nuovo orizzonte che ci permette di osservare tutto l’universo che non potevamo vedere attraverso la luce. Ci rivelano informazioni sui buchi neri, sulle stelle di neutroni, ma spiegano anche cose della vita quotidiana. Nel 2017 la fusione di due stelle di neutroni ci ha spiegato come si formano i metalli pesanti come oro e platino. E siamo agli albori, come lo era Galileo con il suo telescopio. Abbiamo strumenti dalla sensibilità limitata e guardiamo vicino. Et ci permetterà di indagare l’universo primordiale».

Una sorta di viaggio nel tempo: «Non di quelli che si vedono al cinema ma tutte le volte che noi guardiamo questi eventi lontani, il segnale impiega tanto a raggiungerci e in effetti è come andare indietro nel tempo». Il fascino, dunque, non manca mai: «In realtà faccio questo lavoro perché mi piace viaggiare ed esplorare ed è quello che faremo con l’Et: esplorare l’universo ricevendo questi segnali da interpretare. Siamo una specie di detective dell’universo». 

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