La Nuova Sardegna

Il Piano

Pnrr, è quasi meglio non spendere niente

di Luca Deidda
Pnrr, è quasi meglio non spendere niente

Diventa un caso il piano: siamo ancora un paese serio?

09 aprile 2023
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Pnrr, ci dobbiamo preoccupare? Senz’altro sì. Ma non da oggi e non è ovvio di cosa. Il Piano nazionale di ripresa e resilienza è la cartina al tornasole della qualità della politica e delle istituzioni di governo italiane. E l’esito è da piangere. Un misto di immobilismo e di cattive strade intraprese. In sintesi, ciò che ci dovrebbe preoccupare è che il nostro Paese non è in grado di spendere bene e tempestivamente i soldi pubblici.

E così ci dimeniamo tra due condizioni entrambe deleterie per il futuro dei nostri giovani, che nel frattempo sono meno, e ahimè, questo è quasi un sollievo. O costruiamo scorciatoie per spendere male o non spendiamo affatto. Delle due, la seconda è preferibile alla prima. Perché rinunciare a spendere significa, per lo meno, non sprecare risorse, e non lasciare buffi, quando si tratta di risorse prese a prestito. Buffi che poi saranno i giovani di domani a pagare; e infatti i giovani stanno sparendo, perché fessi non sono. Stando al monitoraggio della Corte dei Conti, pare, forse, sembra, che a marzo 2023 abbiamo speso il 12% delle risorse del Pnrr. Attenzione, pare forse sembra perché i calcoli dei magistrati della Corte si basano su un lavoro fatto su dati che è difficile reperire in documenti ufficiali.

Della serie, quando la trasparenza è un optional! Ciò detto, i magistrati mettono in chiaro che se depuriamo il conto delle somme relative al sistema dei cosiddetti crediti d’imposta – tra cui il delirante 110% la fa da padrone – la percentuale scende al 6%. Vuol dire che spendiamo troppo lentamente. Del resto, lo sapevamo, siamo tra i Paesi più lenti in Europa nella realizzazione di opere pubbliche. E la pandemia non ci ha reso certamente più veloci. Conseguenza?

Un Paese serio, lungimirante, avrebbe messo mano ai colli di bottiglia strutturali, primo tra tutti la penuria di competenze nella pubblica amministrazione frutto del mancato turnover e anche di un reclutamento non sempre di qualità, anche per la eccessiva vicinanza tra politica (specie locale) e comparti del settore pubblico. Ma in questo caso si è fatto veramente poco. I concorsi pubblici per reclutare le risorse umane che negli enti locali – Regioni, Province, Comuni – dovrebbero progettare ed eseguire il piano vanno a rilento e anche quando vanno in porto non sortiscono gli effetti sperati. Del resto, era illusorio pensare che si potesse in poco tempo porre rimedio all’emorragia strutturale di competenze prodotta da anni di politiche nazionali scriteriate in materia di pubblica amministrazione. Preferiamo invece le scorciatoie. Primo, nell’incapacità di concepire tempestivamente progetti nuovi, tiriamo fuori dal cassetto progetti vecchi. Secondo, variamo una riforma del codice degli appalti che fa troppo poco per rendere le gare uno strumento utilizzabile per ottenere aggiudicazioni in maniera tempestiva e ci consentirà invece di aggiudicare gran parte degli appalti per affidamento diretto. Si badi bene, nella riforma questa è una possibilità, dato che il nuovo codice comunque ovviamente prevede la possibilità di usare le gare. Ma l’interpretazione e l’uso che ne faremo saranno tali per cui l’affidamento diretto diventerà la norma. Con prevedibili effetti negativi sulla qualità della spesa. Terzo, per assicurarci di riuscire comunque a spendere, stiamo infine pensando di spostare progetti su altre programmazioni, finanziate da fondi nazionali o europei, che abbiano un orizzonte più lungo di quello del Pnrr. Altra idea malsana, se i progetti non sono meritevoli.

Il dubbio è che spendere bene non ci interessi. Non interessa la politica, perché spesso spendere bene significa spendere in progetti che abbiano ricadute a lungo termine, dove il lungo termine va oltre la vita politica del singolo onorevole. Ma non interessa neanche i cittadini, più preoccupati di partecipare al banchetto che di sognare e lottare per un Paese migliore in futuro. Se così fosse, allora forse meglio non spendere, anche se accontentarsi di questo esito significa rassegnarsi al fallimento della nostra democrazia.


 

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