La Nuova Sardegna

Una città e le sue storie
Una città e le sue storie – Olbia

La città che cresce

di Paolo Ardovino
La città che cresce

Giovanni Maciocco pensa agli scenari in evoluzione «di un territorio che sa assorbire gli input esterni»

20 novembre 2023
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Il volto di una città dice tanto. I suoi edifici, le strade che vedono passare l’umanità che le città poi le vive e le anima. Il lato visibile svela la storia e le prospettive. Queste informazioni, è chiaro, bisogna saperle leggere e codificare. Olbia è una città mutevole, abituata – ma è una questione millenaria – a cambiare aspetto ogni volta che ne ha modo. «Non cambiano gli spazi, cambia la fruizione», è attento a specificare il professore Giovanni Maciocco. 76 anni, architetto e ingegnere, fondatore e preside della facoltà di Architettura di Alghero poi divenuta dipartimento, professore emerito, recentemente insignito del premio regionale In/Architettura.

Quando “Vanni” Maciocco dice che «il sistema ambientale è il deposito delle coordinate dell’evoluzione», sintetizza in poche parole com’è cresciuta la città gallurese sinora e traccia la strada per il futuro. Per dare un consiglio e un monito. Olbia come città «duale», fatta di impulsi territoriali e da oltremare. Olbia come città che ha già le istruzioni per accompagnare nel suo aspetto urbano lo sviluppo economico, lavorativo e innovativo in atto. L’urbs che immagina Maciocco perciò amplifica fattori già esistenti. La vicinanza col mare con un golfo interno e uno esterno. La scoperta di essere attraversata da fiumi e di avere nel Padrongianus una risorsa non ancora davvero sfruttata.

Partiamo dal tipo di narrazione: rispetto ad altre città della Sardegna, il racconto di Olbia non può che essere proiettato nel futuro.
«Vero, è giusto rappresentarla così, ma noto sempre una certa attenzione dei cittadini stessi verso Olbia prima che entrasse nella storia del turismo. Penso si tratti di una ricerca delle origini, varie famiglie olbiesi sono ormai ibridate, tanto da provenienza esterna, in particolare dalle isole dell’arcipelago napoletano, tanto da famiglie galluresi o degli altipiani di Alà, Bitti, o della parte nuorese».

Perché la città si è sempre esposta ed è sempre riuscita a favorire i processi di ibridazione nella sua comunità?
«Io sono nato a Olbia, a due anni mi sono trasferito con la famiglia a Tempio. Ma Olbia l’ho sempre frequentata, un elemento di attrazione era quella sensazione di andare come all’esterno. C’era la componente esotica che influenzava i comportamenti. Le persone sono sempre state molto aperte, “continentali” se vogliamo. Un fattore che ha permesso alla città di crescere senza disunirsi. Al contrario di ciò che si pensa, è la chiusura che determina la scomposizione. Come tutti i sistemi autopoietici, Olbia ha la capacità di crescere rielaborando internamente tutti gli input che arrivano dall’esterno. E ne sono arrivati molti e di pesanti. Da qui la ricerca della storia è ricerca dei cittadini per andare alle radici della formazione. Dopodiché ricerche come quelle di Dionigi Panedda e Rubens D’Oriano sull’antichità ci hanno consentito di guardare alla storia remota non con nostalgia ma orgoglio, perché portatrice di valori dell’identità di Olbia, che non è una città che cresce appoggiandosi sul nulla».

Veniamo ai tempi più recenti quando, parafrasandola, la storia di Olbia ha coinciso con la storia del suo turismo. Come si è evoluta la città dagli ultimi decenni a questa parte?
«Olbia non è solo un territorio urbanizzato, ma è pianura, è l’arco collinare, è il golfo interno ed esterno. Il sistema ambientale della città si è sempre mostrato propizio alla vita urbana. Negli anni ’70 è cambiato il concetto di strategia urbana, sul piano generale. Prima il governo del territorio doveva orientare il caos, poi è diventata strategia d’impresa. Non è normale che le città competano. Abbiamo iniziato a prendere in prestito concetti di marketing urbano, marketing territoriale, siamo nel lessico dell’economia aziendale. Ma la città è cosmologia. Olbia nel tempo ha sempre avuto un’energia urbana e territoriale endogena».

Insomma lo sviluppo è un processo abbastanza naturale: da un lato per la morfologia del territorio, dall’altro per il suo rapporto con l’esterno.
«Le città competono per attrarre energia. Parlo di investimenti ma non solo. La storia recente ci dice che Olbia ha la capacità di aver saputo rielaborare questi input ma non ha avuto bisogno di fare certe operazioni. Organizzare la crescita della città è stato in un certo senso semplice. Gli elementi naturalistici che le ho citato, e quindi la zona pianeggiante, l’arco collinare, i due golfi, hanno permesso di evolversi senza scomporsi. Sono come strutture generative, che delineano e indirizzano la vie della crescita».

L’aspetto naturale come recinzione?
«Non proprio, piuttosto la pianificazione generale deve essere orientata pensando che si possa dare una forma alla città sulla base del suo codice genetico. Olbia, come sistema, è chiarissimo».

Non sempre l’organizzazione delle infrastrutture ha seguito l’ambiente. Siamo a dieci anni esatti dal ciclone Cleopatra. (Il prof. Maciocco cita un suo intervenuto pubblicato sulla Nuova il 3 ottobre 2015, nell’articolo intitolato “La città deve rispettare l’ambiente”)
«Ricalco quelle parole scritte pochi giorni dopo un’altra alluvione che aveva colpito il territorio e che ci interrogava sulla dimensione ambientale e sull’organizzazione della vita nello spazio. A partire da una nuova stagione delle regole che non contempla la negoziabilità dei valori ambientali e l’abolizione di ogni compromesso contrario ai processi di rigenerazione ambientale delle città e dei territori, come ad esempio i condoni edilizi – una definizione che per inciso sfido chiunque a tradurre per spiegarla a uno straniero. Così come siamo richiamati a una dilatazione del concetto di abitare, nel suo significato profondo di “prendersi cura” dell’intero territorio e non soltanto di ciò che abbiamo in prossimità dei nostri occhi. i futuri paesaggi dell’acqua cambieranno profondamente la vita delle nostre città da proteggere non soltanto dalle possibili alluvioni da terra ma, in un periodo non lontano, dagli effetti dell’innalzamento del livello del mare. Trasformando ogni intervento settoriale per la sicurezza in un progetto generale di territorio, per costruire un attaccamento affettivo tra le città e il proprio ambiente, a partire da una conoscenza tra entità che sembrano essersi nel tempo reciprocamente ignorate».

Quindi non si tratta solo di interventi riparativi, quelli per esempio di un piano idrogeologico, ma cambiano la fruizione degli spazi?
«Sì. Pensiamo al canale scolmatore. Un termine idraulico ma da un punto di vista urbano è come se al Rio Padrongianus si aggiungesse un fiume artificiale che abbraccia la città, che è uno spazio pubblico straordinario. Diventa un elemento di centralità».

Oltre alla città marittima lei sta quindi tratteggiando un orizzonte di riscoperta della componente fluviale?
«Ci sono due posizioni, una immagina il futuro come forma compiuta, un’altra cerca di comprendere le coordinate entro le quali la città si evolverà. Non il traguardo, ma il modo. Immaginare il futuro sta tutto nel porsi il problema di individuare gli elementi di evoluzione senza scomporsi. E a Olbia ci sono linee naturali che vanno protette».

Qual è la sua previsione?
«Prevedo che il modo in cui la città si è sviluppata sulla pianura e i suoi rii sono un sistema idrografico fragile che non può essere offuscato da processi di urbanizzazione massicci. Questo processo non può andare avanti all’infinito. Il progetto di crescita deve seguire le coordinate di tipo ambientale».

Oltre i rischi nell’ostacolare il contesto naturale, qual è il pericolo a cui Olbia va incontro nella rincorsa allo sviluppo?
«Il rischio della periferizzazione. Vanno trovati cioè degli elementi di centralità che si aggiungano alla sola centralità che abbiamo oggi e che guarda verso il porto. Occorre una città policentrica».

Questa ambizione dove può trovare dei paradigmi, a quali meccanismi può fare riferimento?
«Mi viene in mente il progetto della ville du quart d’heure, ideato dal professor Moreno della Sorbona e che la sindaca Hidalgo vuole raggiungere. La città del quarto d’ora. Poter raggiungere cioè in massimo quindici minuti con mezzi di mobilità dolce delle aree centralizzate e con servizi. Barcellona è un altro esempio di città attraversabilissima, con la sua schematicità. Le strade vengono considerate come spazi pubblici, pensiamo ai super isolati di Barcellona ben comprensibili dalle riprese dall’alto. Si creano fasce dove la socializzazione è possibile».

Riqualificazione: è una parola molto attuale nella vita cittadina, rivolta a quartieri che per quanto popolosi appartengono alla periferia di Olbia.

«Come dicevo prima, la storia recente della città evidenziato la capacità di saper rielaborare facilmente gli input esterni, perciò può dedicarsi alla sua componente interna nel suo complesso. Su Olbia ho pianificato, su Olbia mi interrogo su cosa stia diventano e sui problemi che permangono. Il progetto Pinqua – il programma innovativo nazionale per la qualità dell’abitare – ha il suo punto fondamentale nel costruire (a Olbia riguarda il quartiere di San Simplicio, viale Vittorio Veneto, il quartiere Orgosoleddu, ndr). Non significa semplicemente riqualificare, ma intervenire in alcune strutture, e Olbia ha delle radiali e dei flussi in cui la città è attraversata in modo massivo, e strade molto strette. Vanno individuati dei percorsi che creano condizioni propizie per la vita sociale».

Uno degli edifici architettonicamente più interessanti è di sicuro il museo archeologico, costruito sull’isolotto Peddone a due passi dal molo Brin. Lei il museo lo ha progettato e ha guidato i lavori in team tanto nella progettazione quanto nella sua realizzazione.
«C’è una scena avvenuta da poco che mi ha lasciato molto da riflettere. Al museo, stavo presentando una mostra, quella di Antonello Marongiu, tra l’altro opere bellissime composte con la biro. Mentre eravamo lì, con le persone disposte a semi cerchio, la situazione è stata intersecata dal passaggio di turisti che andavano a vedere le barche romane. E per raggiungere la sala dovevano attraversare lo spazio dove c’era la mostra. Turisti in visita e persone lì per l’esposizione si sono uniti nello stesso spazio. Questa cosa devo dire che mi ha gratificato molto. Quando ho progettato il museo non l’avevo previsto. È diventato qualcosa di non previsto. Come se il progetto avesse una sua autonomia. Di fatto, il museo archeologico ha una funzione di centro culturale e di aggregazione, un centro di convivialità urbana dove è in atto ogni volta un caos interessante, con persone che sono lì per motivi diversi e che finiscono per intrecciarsi. Questo aspetto è qualcosa che è saputo andare oltre il solo progetto iniziale. Una cosa molto simile al teatro Michelucci».

Ecco, sì: il teatro Michelucci a Olbia mare, vicino a una ristrutturazione definitiva che lo farà entrare nella vita della città. Lei di recente è diventato delegato del comune nella fondazione intitolata all’architetto toscano.
«L’apporto di Michelucci è soprattutto una riflessione teorica sulla città. Cosa vuol dire? Che è interessante come nei suoi disegni, che sono progetti di architetture, è come se ci fosse un lavoro in realtà pensato su tutta la città fisica. Anche qui, l’apporto non è il solo teatro ma direi la sua idea di città. E infatti anche in quel teatro, seguendo la formazione dei suoi spazi, non si faranno solo degli spettacoli teatrali. Diventerà nucleo di urbanità con differenti attività al suo interno. Un aspetto, questo, che va al di là di ciò che progettiamo. Si tratta di una complessità che va oltre la proiezione funzionalistisca».

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