La Nuova Sardegna

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E un giorno del 1987 i giornalisti della Nuova schiaffeggiarono i banditi che tenevano la Sardegna in ostaggio


	La pagina del 15 ottobre 1987 con il "no" della Nuova Sardegna ai sequestratori
La pagina del 15 ottobre 1987 con il "no" della Nuova Sardegna ai sequestratori

La decisione dirompente di un gruppo di giovani reporter durante il sequestro Berardi: il giornale non pubblicherà mai più le lettere dei rapitori

04 dicembre 2023
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Il 15 ottobre 1987 La Nuova Sardegna annuncia una decisione coraggiosa che cambia per sempre il modo di fare informazione sui sequestri di persona, tragico fenomeno criminale che da decenni devasta la vita sociale, l’economia e l’immagine della nostra isola.

Il giornale respinge la richiesta dei rapitori di Cristina Berardi di pubblicare una loro lettera. I motivi vengono spiegati in un commento intitolato «Perché non siamo disposti a cedere a questo ricatto».

L’iniziativa è di Piero Mannironi, 35enne inviato a Nuoro, e coinvolge l’intera redazione del capoluogo della Barbagia, un gruppo di giovani reporter guidati da Antonio Rojch. Il direttore della Nuova Sardegna, Sergio Milani, dà il suo pieno e convinto supporto.

Non si può più accettare che i “ladri di esseri umani” cerchino di usare gli organi di informazione per divulgare messaggi il cui unico scopo è annichilire definitivamente le famiglie degli ostaggi.

(Cristina Berardi sarà ritrovata da una pattuglia della polizia quattro giorni dopo, durante una battuta nel territorio di Arzana)

***

Dalla Nuova Sardegna del 15 ottobre 1987

NUORO – I banditi che tengono prigioniera da quasi quattro mesi la figlia del presidente degli industriali nuoresi, Cristina Berardi, si sono fatti vivi. Lo hanno fatto con una lettera inviata alla nostra redazione di Nuoro. Ne chiedono la pubblicazione, con il chiaro intento di creare una pressione psicologica sulla famiglia della giovane e fiaccarne la resistenza (...)

Parlano di «serietà nella trattativa», proprio come se si stia discutendo di bestiame o di una anonima partita di merce. In questo atteggiamento, emerge tutta la loro ferocia, il senso del valore che riescono a dare alla vita di una donna. E qui è inutile qualsiasi commento (...)

Davanti a questa lettera delirante, imbucata a Nuoro, noi ci rifiutiamo di pubblicarla, come i sequestratori chiedono. (...) 

Ci sono dei momenti, nella nostra vita professionale, nei quali siamo costretti a violare un codice deontologico, un obbligo morale, che è poi anche una convinzione profonda del nostro vivere la realtà come giornalisti. E cioè il riferire i fatti, il raccontare gli eventi, senza mai nascondere alcunché: liberi dalle catene dei pregiudizi, senza occhiali ideologici e mai accettando condizionamenti o censure.

È il nostro lavoro. Ma è anche un impegno sociale, perché siamo convinti che l’informazione, e cioè la conoscenza, sia uno dei pilastri fondamentali della civiltà e della democrazia. Questa volta, con fatica, ma con grande determinazione, abbiamo deciso di non rispettare questa regola. E lo vogliamo spiegare ai lettori, perché sappiano, e possano capirci in una scelta sofferta. Prima di tutto, nel non pubblicare la lettera dei banditi che tengono prigioniera Cristina Berardi, non ci sentiamo colpevoli di omissione. In questo caso, siamo convinti di aver ubbidito alla nostra coscienza, riportando la notizia di avere ricevuto la lettera dei banditi.  Senza andare oltre.

Perché non vogliamo essere strumento incolpevole nell’atroce e vigliacco gioco del ricatto. Insomma, non vogliamo essere una cassa di risonanza per chi cerca di utilizzarci nel tentare una delirante azione di linciaggio nei confronti di una famiglia che vive un dramma tremendo, un dolore infinito.

I banditi non possono offendere la nostra intelligenza, credendo che noi non abbiamo capito le loro intenzioni, il loro rozzo disegno di fiaccare la resistenza di un padre che, da quasi quattro mesi, vive i giorni sapendo che la vita della figlia è appesa ad un filo, nelle mani di uomini che non dimostrano di essere tali: perché non hanno un bagaglio di sensibilità, di orgoglio e di dignità. Siamo stati sempre inclini a capire, a giustificare, a trovare le motivazioni più recondite di certi fenomeni. Sarà forse un nostro limite, ma sentiamo di aver esaurito tutte le nostre risorse intellettuali e tutta la nostra fantasia.

Allora abbiamo fallito? Forse. Ma di una cosa siamo certi: crediamo nella civiltà del lavoro e non in quella della violenza. E la nostra scelta di oggi nasce proprio dalla convinzione profonda che dobbiamo ubbidire prima di tutto a questo principio, troppo spesso dimenticato e rimosso in Barbagia. Per tutti questi motivi, siamo tranquilli con noi stessi e siamo convinti di avere operato una scelta giusta. I conti con la nostra coscienza li abbiamo fatti da tempo. Aspettiamo che li facciano altri sardi. Perché questa terra non muoia.

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