La Nuova Sardegna

L'ultimo saluto

Rapiti a 16 anni e uniti per sempre, Giorgio Casana ricorda la sorella morta: «Addio Marina, ti porto nel cuore»

di Gianni Bazzoni
Rapiti a 16 anni e uniti per sempre, Giorgio Casana ricorda la sorella morta: «Addio Marina, ti porto nel cuore»

«Ci sequestrarono nell’agosto 1979. Non sono mai riuscito a perdonare quei banditi»

24 maggio 2024
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Sassari «I suoi occhi azzurri non hanno mai perso di intensità e hanno il colore del mare della Sardegna. Non sarà certo la morte a cancellare l’affetto profondo, il legame che ci ha tenuto uniti. Per me è come che Marina non sia morta: abbiamo vissuto insieme e quella esperienza drammatica del sequestro ci ha reso ancora più inseparabili».

Giorgio Casana parla di sua sorella Marina, morta mercoledì a 61 anni all’ospedale Gradenigo di Torino dove era ricoverata da una decina di giorni per un problema ai polmoni. Quel numero, il 61, è un dato che ritorna, come i 61 giorni di prigionia, un tempo che allora sembrò infinito nelle mani dei banditi dell’Anonima sequestri che riuscirono a farsi pagare un riscatto di 500 milioni di lire rispetto ai 5 miliardi richiesti. Tutti arrestati e condannati, undici, a 198 anni di carcere. Il gesuita padre Cosimo Onni si adoperò come mediatore per la liberazione dei due ragazzi, fu la persona che si recò all’appuntamento coi sequestratori con la sua 124 grigia, consegnò la tranche finale della cifra prevista come riscatto. «Allora non avevo capito, ero solo un ragazzo».

Poi un particolare inedito. «Non ho mai perdonato. Non è un crimine che merita il perdono il sequestro di persona. Un anno dopo la liberazione, quando avevo 16 anni e mezzo, la moglie di uno dei banditi mi telefonò. Voleva che mi pronunciassi pubblicamente per il perdono, serviva per fare ottenere al suo uomo i benefici di legge, credo. Con fermezza dissi no. E anzi, consigliai di restituire i soldi del riscatto, sarebbe stato quello sì un segnale».

Erano due adolescenti Giorgio e Marina - lui 15 e lei 16 anni - quando nel primo pomeriggio del 22 agosto 1979 vennero prelevati da un commando di almeno sei uomini che entrò in azione davanti alla scogliera di Capo Pecora, a pochi chilometri da Fluminimaggiore. «Due gemelli mancati, ci separano 14 mesi», dice Giorgio Casana. Per annunciare la scomparsa della sorella, Giorgio ha scelto una foto di lei bambina: «Quegli occhi come il mare me li porterò per sempre con me. Lei era una buona, davvero una bravissima persona, con tanti amici e molteplici interessi. So che il suo ricordo vivrà anche nei racconti e nelle storie che racconteranno i suoi amici».

A poche ore dalla morte della sorella, Giorgio rivive inevitabilmente i momenti del sequestro, in quella stagione terribile del 1979, un anno drammatico: in Sardegna ci furono contemporaneamente una decina di rapimenti con 16 ostaggi, di cui sette donne. E tra questi, oltre a Giorgio e Marina Casana, anche Fabrizio De André e Dori Ghezzi, e anche la famiglia Schild (il cognome venne confuso dai banditi con quello dei banchieri Rothshild), Luisa e Cristina Cinque e Ornella Fontana.

«Del sequestro si parlava di rado – dice Giorgio – poi qualche anno fa abbiamo deciso insieme di partecipare al docufilm della Rai che ha raccontato la nostra vicenda. È stata la prima occasione per sentire separatamente le nostre storie e per dirci anche cose che erano rimaste inespresse. Io in fondo cercai di uscirne subito. Sono fatto così e pensai: «Devo ricominciare, ho un bagaglio di esperienza in più e bisogna andare avanti. Marina ci ha messo un po’ di più a smaltire una vicenda così forte. Ho detto che è stato un momento catartico, ci siamo raccontati a vicenda e sono emerse emozioni non dette». Mette in ordine i ricordi di quei due mesi di prigionia Giorgio Casana, e parte da quando sua mamma Anna Viola di Campalto diede l’ordine ai banditi: «La ragazza da sola non viene, prendete anche il fratello», così si espresse mia mamma, con una decisione e una autorità che portò i banditi a ubbidire. Ci portarono via entrambi, in costume e scalzi. Fratello e sorella, insieme anche nel sequestro, una mossa che ci ha salvato».

E prima di vederli sparire la mamma dei due ragazzi si rivolse a loro con una raccomandazione: siate educati. «E in effetti lo fummo anche, forse trasmettendo un po’ della nostra educazione a quei disperati che ci portarono via».

Dei momenti della prigionia non emergono ricordi particolari: «Eravamo due ragazzi, abbiamo provato a non perdere mai la speranza. Anche nella settimana prima della liberazione, quando ci fecero credere che le trattative erano precipitate e che rischiavamo di essere uccisi».

Due teloni di plastica come tetto e cespugli come stanze di una casa, nella zona di Ovodda si scoprì poi. «Giornate infinite, il cibo non era il massimo. Giocavamo a carte, a scopa. Abbiamo cercato– per necessità a instaurare un rapporto – che si è sciolto dieci minuti dopo la liberazione. Tutto quello che abbiamo fatto era perché lo ritenevamo razionalmente utile alla causa».

Marina non si faceva sfuggire niente, già dai primi momenti del rapimento. Quando ci spostarono a bordo di un’auto lei contava lungo il percorso, memorizzava le curve e le deviazioni. Annotava i numeri sotto la pianta dei piedi. «Era come uno 007 – ricorda Giorgio – e li faceva parlare, anche di cose loro familiari. Tutti particolari che poi sono tornati utili agli investigatori per identificare i rapitori. Marina è stata bravissima, le sue relazioni furono decisive».

Oggi alle 11 l’ultimo saluto nella chiesa di San Massimo a Torino. «Non so se riuscirò a parlare. Marina è con me. Fratello e sorella per sempre».

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