Parla Tommaso Giulini: «Voglio un Cagliari solido, sostenibile e identitario»
Il presidente rossoblù sul presente e sul percorso che attende la società. «Pisacane? Una scelta a lungo termine sostenuta da tutto il nostro club»
«Nella nostra testa c’è ben chiara l’idea di spingere con decisione sul percorso identitario. È un percorso dentro il quale trovano concretezza tanti aspetti, ma sarà necessario il supporto di tutti». Solido, sostenibile, fortemente sardo. E dotato di un appeal sempre maggiore sia per i tifosi che sul calciomercato. Tommaso Giulini tratteggia in maniera chiara le linee guida del Cagliari per il presente e il futuro. Con un orizzonte temporale il più lungo possibile.
Presidente Giulini, come definirebbe la scelta di affidare la squadra all’allenatore della Primavera?
«Coraggiosa, forse, ma soprattutto lungimirante. Di certo non azzardata».
In che senso?
«In tanti non si sono accorti che Fabio Pisacane ha fatto una gavetta importante nel nostro settore giovanile, svolgendo un percorso specifico su tutte le categorie. L’abbiamo mandato in giro a studiare le società che lavorano bene nel settore giovanile».
Per esempio?
«A Lipsia con il gruppo Red Bull. Ma ha anche assaggiato la prima squadra collaborando con Liverani, ha fatto una panchina in serie B contro il Cosenza prima della gestione Ranieri. Ha lavorato benissimo con la Primavera, salvandola tre anni fa e portandola alla conquista della Coppa Italia. Insomma, ha alle spalle 3-4 anni di gavetta e crescita importante».
Però cosa l’ha convinta a puntare su di lui?
«Ci sono tre ragioni: la prima è che, come ho detto, è un allenatore molto preparato che si è costruito intorno uno staff importante. Come uomo riteniamo che incarni tutti i valori giusti per poter rappresentare il Cagliari. Infine, cosa non secondaria, è super motivato. Vi assicuro che non è né facile né scontato trovare uno così. Le motivazioni sono tutto, se hai anche quelle altre doti. Aggiungo una cosa».
Prego.
«Fabio ha fatto esperienza al Cagliari lavorando con tante persone e ha lasciato ottime sensazioni a tutti. Questa mia scelta è stata condivisa e spinta da tutta la società. È questa la cosa che mi ha fatto più piacere».
Il calcio brucia sogni e progetti a settimane alterne. Lei sa bene che quando arriveranno momenti complicati questa scelta andrà difesa e sostenuta.
«Questo è un progetto a lungo termine. Ci sarà bisogno davvero di tutti, soprattutto nel primo periodo. Dovremo essere compatti come società, come squadra e come piazza, con i nostri tifosi».
È anche per questo che punta molto sull’identità?
«Necessariamente. Questa deve essere “l’esplosione” del percorso identitario intrapreso anni fa e che negli ultimi anni è stato rinforzato. Dobbiamo crescere in maniera sana e sostenibile. Non è un discorso fatto di parole vuote: nella rosa di quest’anno ci sono quattro ragazzi sardi come Deiola, Ciocci, Idrissi e Pintus: profili diversi ma tutti cresciuti in casa, che rappresentano pienamente il nostro credo e un esempio importante del lavoro che vogliamo fare anno dopo anno. In Primavera abbiamo ragazzi sardi e non sardi, ma che crescono con noi e puntano alla serie A con un mister che li conosce».
Chiaramente per restare in serie A servono anche investimenti importanti sulla rosa.
«Sì, naturalmente, ma l’arrivo o la conferma di certi giocatori conferma la grande credibilità di cui Pisacane gode anche all’esterno. Mina ha una richiesta al mese da squadre arabe e vuole restare con noi, Mazzitelli ed Esposito hanno combattuto con società e agenti pur di venire qua. Significa che stiamo diventando un club di appeal».
Perché cercate quasi sempre di prendere giocatori in prestito con diritto di riscatto?
«Per una questione di sostenibilità ma anche perché ci piace avere i giocatori un anno in casa, conoscerli e conoscerne i valori, capire come si inseriscono nel nostro contesto. Con Caprile e Piccoli abbiamo avuto questa fortuna, ma non sempre è possibile».
Come nel caso di Esposito, per il quale è stato necessario il suo intervento diretto.
«Ci abbiamo provato, poi si è inserito il Parma e allora abbiamo dovuto cambiare strategia, proponendo un’acquisizione definitiva. Poi la mia presenza è legata al fatto che certe trattative importanti nell’ultimo miglio vengono definite direttamente tra i presidenti, come in questo caso tra me e Marotta».
Piccoli andrà via?
«Parliamo di un attaccante forte, può essere il futuro del calcio italiano e sono convinto che un altro anno con noi possa farlo consacrare. Detto ciò, abbiamo fatto uno sforzo importante per riscattarlo e tenerlo con noi. Il mercato è sempre imprevedibile, se dovesse arrivare una proposta adeguata al valore del calciatore, e se lui dovesse essere dell’idea di intraprendere un’altra sfida - cosa che non è accaduta fino ad oggi -, la prenderemo in considerazione. Ma questa è un’opzione che riguarda tutte le squadre della serie A, a partire dalle più blasonate».
Tra lei e Guido Angelozzi sembra esserci grande feeling.
«Il nostro nuovo direttore sta facendo un grande lavoro. Se l’avessi avuto con me dieci anni fa avrei fatto molto meglio».
A proposito: lei è in sella da 11 anni e con lei il Cagliari è passato attraverso retrocessioni e risalite. In certi periodi ha ricevuto critiche anche aspre. Quale considera più ingiusta?
«Non ci sono mai critiche ingiuste. A volte mi da un po’ fastidio è vedere che c’è ancora un po’ di diffidenza nei miei confronti. Ci può stare, in fondo non abito a Cagliari, ma credo di avere dimostrato quanto tengo a questo club».
Quale critica l’ha invece aiutata ad aprire gli occhi su qualche aspetto?
«Negli anni ho capito che dovevo cercare sempre di più di affidarmi a professionisti di alto livello che mi sostenessero. Penso a persone come l’avvocato Romei, a Fedele Usai, allo stesso Angelozzi. Forse nei primissimi anni ero troppo solo nel percorso decisionale e le critiche che mi hanno portato a creare una prima linea più forte per affrontare la serie A».
Per quanto riguarda lo stadio, il dado è tratto o teme altri intoppi?
«Siamo soddisfatti del lavoro fatto nell’ultimo anno con la Regione e col Comune, credo che tutte le parti vogliano fortemente il nuovo stadio. Abbiamo deciso metterci in stand-by per un paio di mesi in attesa di capire se il governo possa mettere a disposizioni fondi per gli Europei, dato che da Roma chiedono uno stadio da 30mila posti, mentre noi pensiamo che per noi 25mila sia perfetto. Se a ottobre non ci saranno certezze proseguiremo nel percorso».
Lo stadio è un passaggio obbligato per assicurare sostenibilità a certi livelli al club. A quel punto il Cagliari diventerebbe appetibile anche per investitori, magari stranieri. Cosa pensa delle voci che hanno girato di recente?
«In serie A le società di proprietà di dirigenti italiani sono rimaste in poche. Fare il presidente è un mestiere sempre più rischioso, ci sono tanti interessi da tutte le parti e molti imprenditori italiani preferiscono investire su altro. Vent’anni fa c’era di sicuro una passione molto più forte da parte del mondo dell’imprenditoria. Noi stiamo costruendo un futuro brillante per il Cagliari ma è chiaro che prima o poi un passaggio di mano avverrà. A oggi è più facile che possa avvenire con un fondo straniero piuttosto che italiano. Ma il giorno in cui dovessi uscire di scena, mi accerterei di lasciare il club in buone mani».
Come sono i rapporti con le altre società sarde, Torres compresa?
«Abbiamo tutto l’interesse a far sì che il movimento cresca, ci fa piacere collaborare e dare i nostri giovani. Con l’Olbia abbiamo dimostrato che questo si può fare e mi dispiace vederla ora in una situazione complicata. Quando la Torres ci ha chiesto Carboni, che è stato il capitano della nostra Primavera, siamo stati ben felici di farlo andare in una società sarda in grado di valorizzarlo. Tra l’altro penso che sarà un perno della squadra. Non abbiamo preclusioni, ci siamo sempre per chi ha bisogno di una mano, la nostra crescita passa anche attraverso la crescita di tutto il contesto».
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