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Febbre del Nilo, l’esperta: «Numeri in linea col passato, non c’è alcun allarme»

di Massimo Sechi
Febbre del Nilo, l’esperta: «Numeri in linea col passato, non c’è alcun allarme»

L’epidemiologa invita a non abbassare la guardia ma chiarisce che il quadro epidemiologico non mostra particolari anomalie

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Sassari «Non ci sono motivi di allarme. Purtroppo siamo di fronte ad un decesso ma i casi di West Nile in Sardegna sono in linea con gli anni passati».

Lo afferma Caterina Rizzo, professoressa ordinaria di Igiene e Medicina Preventiva all’Università di Pisa, dopo il primo caso letale registrato in Sardegna per febbre del Nilo. L’epidemiologa invita a non abbassare la guardia ma chiarisce che il quadro epidemiologico non mostra particolari anomalie rispetto alle stagioni precedenti.

Quanto ha inciso l’età della vittima?

«Moltissimo. Parliamo di un uomo di 91 anni: il West Nile, nella grande maggioranza dei casi, è asintomatico o provoca soltanto una leggera febbre. Solo l’1% delle infezioni evolve in forme gravi neuroinvasive, che colpiscono soprattutto anziani o persone con patologie pregresse. In questi soggetti purtroppo il rischio di esito fatale è più alto. Non è il primo decesso né in Italia né in Sardegna. Il virus circola da anni e ogni estate registra casi anche gravi. Non c’è motivo di preoccupazione: la situazione rientra nello scenario che già conosciamo».

Qual è la misura di prevenzione più efficace?

«Proteggersi dalle punture di zanzara. Non esiste trasmissione da persona a persona, quindi la protezione individuale è fondamentale: repellenti, maniche lunghe, zanzariere alle finestre. E nei giardini privati bisogna evitare ristagni d’acqua, perché lì proliferano le larve. I comuni possono intervenire solo nelle aree pubbliche, la collaborazione dei cittadini è essenziale».

La Sardegna in questo momento conta 17 casi: sono numeri preoccupanti?

«No, sono perfettamente sovrapponibili ad altre stagioni. Abbiamo avuto annate, come il 2018, con numeri e gravità simili. Non c’è un aumento della letalità, la severità della malattia non è peggiorata».

Che ruolo hanno le disinfestazioni?

«Sono importanti, ma non risolvono tutto. Spesso le piogge rendono inefficaci i trattamenti appena fatti. A settembre, come ora, è già tardi per agire su larga scala. Per questo la chiave resta la sorveglianza sanitaria e ambientale».

In che senso la sorveglianza è decisiva?

«Il Piano nazionale arbovirosi prevede un’integrazione tra sorveglianza umana, veterinaria ed entomologica. In Sardegna questo sistema è attivo da anni e consente di identificare le aree più a rischio. È un lavoro fondamentale quello che viene fatto a livello regionale per ridurre la densità delle zanzare e prevedere l’andamento dei contagi».

Il virus quindi continuerà a circolare?

«Sì. Non possiamo certo fermare gli uccelli migratori che sono il serbatoio naturale del virus. Ciò che possiamo fare è limitarne l’impatto. Ogni anno la curva dei casi cresce tra fine agosto e settembre, per poi calare. Fino a ottobre continueremo a registrare nuovi positivi, ma restiamo in uno scenario atteso».

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