Femminicidio di Palau, don Galia: «Oltre al delitto c’è una storia di droga. Dobbiamo chiederci perché i ragazzi ne fanno uso»
Il commento del cappellano del carcere di Bancali affidato a un post su Facebook
Sassari Dopo alcuni giorni di silenzio e riflessione sul femminicidio di Palau, il cappellano del carcere di Bancali, don Gaetano Galia, ha deciso di condividere su Facebook le sue considerazioni. Il sacerdote ha scelto di non intervenire subito sulla vicenda (Emanuele Ragnedda, 41 anni, di Arzachena, è accusato di avere ucciso Cinzia Pinna, 33 anni, di Castelsardo), spiegando che «l’istintività non è mai segno di equilibrio».
«La riflessione che ne scaturisce – ha detto – è che oltre al femminicidio, qui si somma una storia di droga. Questo non sminuisce il reato, quindi stiano tranquilli quelli che hanno paura che ci sarà uno sconto di pena: non è questo il problema. Intanto, chi non ha mai letto il Codice penale dovrebbe avere la prudenza di non esprimere giudizi affrettati. Penso a mia madre, che per questi reati invoca sempre la pena di morte, ma la legge non lo prevede».
Il tema della droga tra i giovani Per don Galia la vicenda non si esaurisce nella cronaca nera, ma apre un fronte più ampio, quello del consumo di droghe tra i giovani: «C’è un contesto che riguarda tutti i nostri figli, che sono attratti dalle sostanze. C’è da chiederci: che succede? Quale vuoto cercano di riempire?».
Il sacerdote richiama le ricerche sul tema: «I ragazzi iniziano a drogarsi per gestire le frustrazioni, per divertirsi, per fronteggiare un dolore, per la noia, per trasgredire, per prolungare le prestazioni lavorative, ricreative e sessuali. Ma così non fanno altro che sedare temporaneamente le difficoltà, che poi si ripresentano tali e quali a prima, con un problema in più: trovare i soldi per comprare la droga».
Un circolo vizioso che porta anche a reati collegati: «In carcere vedo ogni giorno le conseguenze: spaccio, furti, violenze, estorsioni, ricatti o prostituzione. Tutti reati che nascono dal bisogno di sostanze».
Una responsabilità collettiva La riflessione di Don Galia non si ferma qui e si rivolge direttamente al mondo degli adulti: «Forse ci dobbiamo chiedere cosa stiamo sbagliando, quali valori stiamo proponendo, quali mancanze abbiamo come genitori ed educatori. Tutte domande che nascono da situazioni drammatiche come quella di Palau».
E ancora: «Beato chi ha le soluzioni. Io vedo che sui social sono tutti bravi a condannare e giudicare, ma pochi si fermano ad analizzare le cause. Cercare le cause è segno di competenza e professionalità, non la rabbia istintiva che non produce soluzioni».
Il sacerdote invita infine alla prudenza nel giudicare: «Forse anche i genitori di Ragnedda, persone per bene, erano rigidi nel giudicare gli altri. Ma chi ha figli non dovrebbe avere l’arroganza di condannare: sarebbe meglio tacere. Perché a tutti noi, nonostante la buona educazione che tentiamo di dare ai nostri ragazzi, potrebbe capitare una simile tragedia».
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