La Nuova Sardegna

Allarme pedofilia

Chiesa e abusi, la denuncia choc della garante dei minori Puligheddu: «In Sardegna 37 casi, 35 impuniti»

di Luigi Soriga

	A sinistra Carla Puligheddu, garante regionale per l'infanzia e l'adolescenza
A sinistra Carla Puligheddu, garante regionale per l'infanzia e l'adolescenza

La lettera a Baturi, segretario della Cei: «Nei report ci sono nomi e cognomi, ma quei preti continuano a stare a contatto con i ragazzi»

4 MINUTI DI LETTURA





Sassari Non è un atto d’accusa, ma una richiesta di verità. «Sono una cattolica praticante», dice la garante regionale per l’infanzia Carla Puligheddu, «ed è proprio per questo che non posso accettare il silenzio». Da qui parte una denuncia che scuote la Chiesa sarda e chiama in causa responsabilità rimaste troppo a lungo nell’ombra. Ci sono nomi e cognomi e segnalazioni ben circostanziate. Non ombre, non solo voci.

La denuncia

«Nei report riservati che ho potuto vedere i nomi ci sono, ed è questo che mi spaventa di più». Carla Puligheddu lo dice con grande preoccupazione. «Perché parliamo di persone che in molti casi continuano a operare all’interno della Chiesa, restando a contatto con famiglie, bambini e adolescenti. Le denunce risalgono anche a diversi anni fa, eppure chi ha commesso l’abuso resta tranquillamente al suo posto, come se niente fosse accaduto. Un prete è per definizione in mezzo alla gente: non si può nascondere una situazione del genere dietro una falsa ipocrisia». È da qui che parte l’allarme. Non solo dai numeri, già pesantissimi, ma da ciò che quei dati lasciano intravedere.

I numeri

Trentasette casi di abusi sui minori censiti in Sardegna tra il 2020 e il 2025, secondo il report dell’Osservatorio Permanente della Rete L’Abuso. 11 a Cagliari, 11 a Sassari, 8 a Oristano, 7 a Nuoro. 196 vittime sopravvissute, 171 delle quali erano minorenni al momento degli abusi. Ma il dato che più inquieta la garante è un altro, ed è quello che non si vede. «Su 37 casi, 30 appartengono al sommerso. A fronte di quasi 200 vittime note, ci sono appena 5 condanne definitive. Questo significa che la quasi totalità delle persone abusate non ha ottenuto giustizia, né in sede civile né in quella canonica». E aggiunge: «Per 35 casi su 37 non risulta nemmeno avviato un procedimento nella Chiesa». Puligheddu non parla da osservatrice esterna. Parla da istituzione, ma anche da credente. «Sono una cattolica praticante. E proprio per questo non posso accettare che dentro la Chiesa ci siano mele marce. Questa vicenda mi ha ferito come se avessero fatto del male a un figlio». Una ferita personale che diventa scelta pubblica. «Da tre anni seguo i report della Rete L’Abuso. Ogni volta la situazione è scabrosa. Quello del 2025, con i dati regione per regione, mi ha costretta a fermarmi e a dire: basta». I dati, sottolinea, sono pubblici. «Non li ho cercati io. Sono lì, consultabili. Ma nessuno li fa emergere. E quando non si sviluppa una coscienza sociale su un tema come questo, si finisce per collaborare all’omertà. Nel clero l’omertà esiste, non possiamo far finta di niente».

I nuovi casi

C’è poi un altro elemento che rende il quadro ancora più cupo. «Rispetto al report che si ferma all’ottobre 2025, le denunce sono aumentate. Stanno arrivando nuovi casi. È un fenomeno in crescita, ed è questo che lo rende ancora più inquietante». Denunce precise, dettagliate, costruite nel tempo. «Molte arrivano da persone che oggi sono adulte, ma che da bambini hanno subito abusi. Altre arrivano dalle famiglie, con la piena consapevolezza e certezza di ciò che è accaduto». In diversi casi, spiega la garante, lo stesso autore avrebbe colpito più vittime. «Non si tratta di episodi isolati. Ci sono soggetti che hanno agito su più minori». E spesso, è questo il punto più difficile da digerire, senza che nulla accadesse. «Se non si colpiscono le responsabilità, se non si agisce, il fenomeno dilaga. Perché chi sbaglia si sente protetto».

La lettera alla Cei

Carla Puligheddu ha scritto all’arcivescovo di Cagliari Giuseppe Baturi, segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana, chiedendo un intervento forte anche in Sardegna. «La Conferenza episcopale sarda deve farsene carico. Non mettendo sotto il tappeto ciò che non piace. Non piace a nessuno, non piace nemmeno a me. Ma il tempo del silenzio è finito». La richiesta è netta: «Serve un atto di coraggio evangelico e civile. Piena e incondizionata collaborazione con la magistratura. Basta gestioni interne che hanno prodotto solo oblio e prescrizione». Perché, dice, «chi ha sbagliato deve affrontare la giustizia come qualsiasi cittadino. Gli abusi esistono nella società, ma quando arrivano dal clero feriscono più a fondo, perché tradiscono una fiducia intima». Non è una battaglia contro la Chiesa, insiste. «Ci sono prelati coscienziosi, persone che da sempre si occupano di tutela dei minori. Ma proprio per questo la Chiesa deve mobilitarsi senza paura, senza sentirsi colpevole per aver denunciato. Al contrario, dovrebbe farlo con serenità, anche se la trepidazione c’è». Alla fine resta una frase che suona come una linea di confine. «Lo facciamo per il bene dei bambini, delle bambine, degli adolescenti. Dentro la Chiesa si dovrebbe vivere come Dio chiede, non da peccatori protetti dal silenzio». Una frase che non assolve nessuno. E che, soprattutto, non consente più di voltarsi dall’altra parte.

Primo Piano
Il caso

Sanità, il Tar boccia le nomine della Regione: Flavio Sensi reintegrato alla guida della Asl di Sassari

Le nostre iniziative