La Nuova Sardegna

L’intervista

L’incredibile storia di Giovanni Scanu: «Ho allenato in tutto il mondo dal Congo alla squadra di Eva Henger»

di Claudio Zoccheddu
L’incredibile storia di Giovanni Scanu: «Ho allenato in tutto il mondo dal Congo alla squadra di Eva Henger»

L’intervista al mister giramondo di Nuoro: «Dalla Nigeria sono dovuto scappare: i terroristi avevano rapito 500 ragazze vicino a dove vivevo»

5 MINUTI DI LETTURA





Come Bora, meglio di Milutinovic. L’incredibile storia del 50enne Giovanni Scanu, allenatore giramondo di Nuoro, ricorda quella di un mito della panchina, il tecnico slavo Bora Milutinovic che tra la fine degli anni ’80 e gli anni ’90 riuscì a portare ai mondiali le nazionali di Costa Rica, Stati Uniti e Nigeria che, all’epoca, non erano proprio squadre di primo livello.

Scanu ha un palmares meno prestigioso ma una presenza più diffusa, perché partendo dai campionati dilettantistici sardi è arrivato a guidare squadre professionistiche in Lituania, Nigeria, Brasile, Ungheria, Moldavia, Bangladesh, India, Russia e Congo.

Scanu, l’elenco è completo?

«No, manca la Tanzania. Ci sono stato due anni ed è stata un’esperienza bellissima. Allenavo una squadra di Zanzibar».

Facile crederle, praticamente viveva in paradiso...

«Un posto bellissimo, stavo molto bene ed eravamo tranquilli. C’era anche mia moglie Barbara che purtroppo non può seguirmi sempre».

La vita dell’allenatore errante non deve essere facile.

«Non lo è, glielo garantisco. Faccio l’esempio dell’ultima panchina qua in Congo. Giochiamo ogni quattro giorni, sono spesso impegnato in trasferte lunghissime. Quando va bene sono 4 ore di aereo, sennò anche 6 ore di pullman. Difficile avere tempo libero in queste circostanze».

Resta un enorme bagaglio di esperienze e conoscenze. Ad esempio, quante lingue parla?

«Bene il francese e l’inglese ma capisco il russo e il portoghese».

Il russo è la più difficile?

«Sì ma ho fatto pratica. Sono stato in Moldavia e in Russia ma soprattutto 4 anni in Lituania. È lì che ho iniziato la mia vita da allenatore all’estero»

A proposito, come è successo?

«Per caso, lo ammetto. Dopo aver fatto un po’ di gavetta nei campionati dilettantistici ero arrivato ad allenare la Nuorese. Purtroppo la società non viveva un buon momento e in rosa avevo un giocatore lituano. All’improvviso mi chiamò il presidente del Tauras, squadra di Tauragè. Voleva un allenatore italiano e io accettai».

Quindi dalla serie D sarda alla serie A lituana. Come andò?

«Benissimo, centrammo una salvezza inaspettata. Fu una grande soddisfazione e anche l’inizio del mio percorso perché in Lituania ho preso il patentino Uefa Pro, quello che ti permette di allenare le nazionali. In Sardegna credo che lo abbiano solo altre quattro persone: Gianfranco Zola, Bernardo Mereu, Virgilio Perra e il professor Ignazio Argiolas».

Dopo la Lituania ha girato tutto il mondo. Ricorda episodi particolari?

«Tantissimi, difficile fare un elenco. Quando sono stato ingaggiato per allenare nella Premier League nigeriana sono stato rimpatriato quasi subito dalla Farnesina perché vivevo vicino a dove il gruppo terroristico di Boko Haram aveva sequestrato 500 ragazze. Peccato, avevo tre anni di contratto ma purtroppo mi avevano detto che non era sicuro restare».

Ne ricorda altri?

«In Ungheria ho allenato l’Fc Tatabayna, la proprietaria era Eva Henger, l’ex pornostar, insieme al marito. Poi ci sono gli episodi africani».

Prego.

«Potrei scriverci un libro: presidenti che arrivavano al campo in elicottero, altri scortati da squadre armate. L’altro ieri abbiamo pareggiato 2 a 2 in casa e il pubblico se l’è presa con l’arbitro. Per evitare che succedesse qualcosa sono arrivati i poliziotti con i kalashnikov e i lanciagranate».

Immagino non siano previste le interviste del post partita a bordo campo...

«No, Diciamo che a volte è meglio rientrare subito negli spogliatoi».

Messa così sembra una situazione complicata.

«No, attenzione. Non capita sempre. Sono episodi, purtroppo succede anche in Italia che ci siano scontri tra tifosi, dentro e fuori dagli stadi».

Tutto il mondo è paese. Ha detto che è in Congo. Come si trova?

«Benissimo, lo dico chiaramente. Vivo a Kananga dove alleno l’Fc Tshinkunku. Siamo settimi ma io sono arrivato a novembre, quando la squadra ha cambiato proprietà ed è stata acquistata dal presidente Tony Kanku Shiku, che è anche un politico importante ed è sostanzialmente il vicepresidente della Repubblica».

Un’altra storia incredibile, non crede?

«Gliela racconto. Allenavo in Russia, sono stato contattato tramite un agente e l’ho incontrato a Bruxelles. Due giorni dopo ero in Congo».

Considerati gli impegni politici, non deve essere facile incontrarlo.

«È così. L’ultima volta è stata in un palazzo del governo a Kinshasa. Prima di vederlo ho dovuto superare un enorme cordone di sicurezza. Fuori dal suo ufficio c’erano due soldati armati fino ai denti. Qua è normale e lui è una persona speciale, non posso che ringraziarlo per l’occasione che mi ha dato».

Com’è il calcio professionistico congolese?

«Ben organizzato. Noi abbiamo ottime strutture, la società è solida e ci sono grandi margini di crescita. Il problema è che il Paese è immenso, noi viaggiamo spesso ed è complicato organizzare gli allenamenti. Eppure, simo riusciti a pareggiare con il Mazembe, uno squadrone con un budget annuale di 6 milioni di dollari».

Qualche talento da segnalare?

«Ne ho tanti. C’è un giovane centrocampista, si chiama Ngalamulume, che gioca con noi ma che ha già offerte dall’Europa. Purtroppo l’anno prossimo andrà via».

Le è capitato di allenare qualche calciatore che poi ha sfondato?

«Diversi, per fortuna. Kamil Kopúnek che allenavo in Ungheria fece gol all’Italia ai mondiali del 2010».

Dopo tante avventure in giro per il mondo ha mai pensato di tornare a casa?

«Mi piacerebbe ma dovrebbero verificarsi alcune condizioni particolari. Sarei felice perché potrei riavvicinarmi alla mia famiglia, questo è sicuro. Però, dai, chi lo sa? Potrebbe succedere se arrivasse la chiamata di una squadra importante».

Se fossero Cagliari o Torres?

«Magari».

Cambiamo discorso, Milutinovic ama gli scacchi e dicono che sia un ottimo giocatore. Lei ha qualche hobby?

«Ne ho diversi ma quello che mi piace veramente è passare il tempo con mia moglie Barbara, nella nostra casa di Calagonone. Anzi, colgo l’occasione per ringraziarla, mi sostiene sempre. Lo scriva, mi raccomando».

Nessun problema, altre passioni?

«Amo anche uscire in barca con gli amici, è molto rilassante»

Chiudiamo con il sogno nel cassetto. Ne ha uno?

«Seguo la Premier League, sarebbe fantastico arrivarci da allenatore ma il mio vero desiderio è quello di guidare una nazionale e non è che non accada, magari a breve».

Allerta spoiler?

«Non aggiungo altro... Forse ne riparleremo tra qualche tempo».

Primo Piano
Ciclone Harry

Maltempo, Salvini: «Chiesto lo stato di emergenza per Sardegna, Sicilia e Calabria»

Video

Cala Luna cancellata dalla tempesta, la spiaggia non c'è più

Le nostre iniziative