A Calangianus la carica dei 400 fedelissimi, tutto il paese allo stadio
Nella tribuna del “Signora Chiara” c’è l’anima del paese
Calangianus La passione per la squadra di calcio è parte viva della vita sociale del paese. Lo racconta quella tribuna sempre affollata, accesa dalla rara presenza costante di circa 400 tifosi quando il Calangianus gioca in casa: uno stadio vero, diverso da tanti altri dove gli spalti restano vuoti. Una fedeltà che affonda le radici nel primo Dopoguerra, quando si tifava nel campo Limbara, dietro lo scolastico, durante le gare amichevoli. Tutti partecipavano, anche le donne, nel comune intento di tenere alto il vessillo sportivo del paese. Il calcio era riscatto e aspirazione: spezzare la monotonia del lavoro del sughero e confrontarsi con Olbia, La Maddalena, Ozieri, Alghero, Oristano e, dal 1946, anche Tempio, mentre intorno si spegneva la civiltà degli stazzi.
«Venire al Signora Chiara – diceva l’indimenticato Bruno Nieddu, uno dei tifosi più amati – per me è come tornare a casa, perché incontro volti e persone a cui tengo». Una passione che aveva anche risvolti concreti. «Con questi tifosi eccezionali – ricorda Flavio Fanelli, presidente dal 1981 al 1983 e cittadino onorario – in tre derby incassammo più che nel resto del campionato. E sono orgoglioso che il Calangianus, a differenza di altre squadre importanti dell’isola, non sia mai fallito».
Le cronache ricordano il tifo acceso nel vecchio campo Limbara, i giocatori che non mollavano un metro e gli spettatori sul muraglione della strada per Sant’Antonio, aperta nel 1929. Poi la guerra. E al ritorno dall’Africa un giocatore portò una valigia di scarpe da football recuperate contro gli inglesi. «Così ricominciamo», disse. «Qui il calcio non è mai stato solo sport – sottolinea il sindaco Fabio Albieri – ma un pezzo vivo della nostra storia collettiva: incontro, crescita, apertura al mondo. Mio padre arrivò da Ferrara nel 1968, a diciassette anni, per indossare una maglia. Quel sogno è diventato una vita».
«Nel 1955, con la promozione in IV Serie – racconta Antonio Pes, che ogni anno torna al Signora Chiara – le gradinate in terra erano sempre piene e rumorose. In campo undici ragazzi locali, rimborsati solo per le ore di lavoro perse, ma pronti a dare tutto per l’onore di Calangianus. Indimenticabile il 5-2 al Cagliari nel 1947». «Sono da quarant’anni sugli spalti – racconta Ugo Molinas, prima dirigente e oggi tifoso –. Mio padre mi disse: “Se qui non c’è il calcio la domenica, che si fa?”. Oggi siamo una bella realtà. Il giallorosso è una malattia e sugli spalti si vive una socialità straordinaria». (p.z.)
