I 100 anni di Franca Bergamini, prima donna avvocato di Sassari: «Mesina mi chiamò quando era latitante»
Intervista alla pioniera dei tribunali sardi, dal processo a Togliatti all’incontro con il bandito di Orgosolo
Prima donna avvocato a Sassari e seconda in Sardegna, tra le prime giornaliste dell’isola, protagonista di una carriera lunga quasi settant’anni tra aule di tribunale e grandi processi che hanno segnato la storia giudiziaria e politica della Sardegna e del Paese. Franca Bergamini ha raggiunto oggi il traguardo del secolo di età. Ripercorrere una vita così piena dal punto di vista professionale significa ritornare indietro a periodi in cui l’accesso a carriere, come quella forense, fino ad allora esclusivamente maschili, era tutt’altro che scontato. Se c’è una caratteristica che ha mantenuto anche oggi nel raccontare alcuni momenti della sua vita è sicuramente la naturalezza, unita alla determinazione nell’affrontare ogni tipo di sfida. «Quando, il 22 febbraio 1950, mi sono iscritta al Registro dei praticanti procuratori di Sassari, la professione era esercitata unicamente da uomini. Io, però, quando ho scelto di fare l’avvocato avevo le idee molto chiare e quindi mi sono trovata subito bene».
Come fu accolta in un mondo completamente maschile?
«Debbo dire che, al netto della curiosità per una donna che entrava per la prima volta nel mondo dell’avvocatura, mi hanno accolta bene. Nel mio primo giorno in aula, l’avversario, Stefano Chialdi, esordì divertito, dicendo: “Mi sembra di essere uno sposo”. Non aveva mai avuto come avversaria una donna ed ironizzava sul fatto che gli pareva di trovarsi davanti al sindaco per celebrare un matrimonio».
A proposito, avvocato o avvocata?
«Io sono sempre stata chiamata avvocato o avvocatessa, ma penso che ciascuna collega possa farsi denominare come preferisce o come meglio crede. Ritengo, tutto sommato, che il rispetto per le persone sia soprattutto altro dal semplice declinare il sostantivo al femminile piuttosto che al maschile».
Le è mai stato negato qualcosa perché donna?
«No. Io mi sono sempre saputa difendere per cui non mi hanno potuto ostacolare. Una sola volta, ricordo molto bene, che un giudice non mi permise di restare seduta nonostante mi trovassi in avanzato stato di gravidanza. Il collega avversario lo fece notare, ma lui fu irremovibile perché di fronte alla giustizia si doveva stare in piedi. Io feci finta di niente e discussi la mia causa senza polemizzare in alcun modo».
Nel 1951 lasciò il giornalismo, dopo un’esperienza di rilievo al Corriere dell’Isola, dove era anche vicedirettrice. Cosa la spinse a lasciare una carriera già affermata?
«Il giornalismo è stata la mia prima passione, ma ero sempre stata maggiormente attirata dall’avvocatura. Fu anche la grande ammirazione per mio padrino, l’avvocato Satta Branca, che mi aveva invogliato fin da ragazza verso la professione forense. E in effetti feci bene perché posso dire, senza falsa modestia, di aver avuto molto successo come avvocato».
Tra i processi più importanti della sua carriera, quello a Palmiro Togliatti.
«Certamente. Ero stata incaricata di difendere il direttore del giornale per il quale avevo lavorato per anni. Era imputato di diffamazione e Palmiro Togliatti era persona offesa. Ricordo perfettamente il giorno in cui il presidente lo interrogò. Esordì chiedendogli: “Mi dicono che lei sia il capo dell’opposizione”. Lui si alzò, fece un inchino e rispose: “Ho questo onore, signor presidente”, e quest’ultimo gli ribatté immediatamente : “E allora si ricordi, quando si discuteranno gli aumenti degli stipendi dei magistrati, di non opporsi”».
Fu un processo di grande rilievo nazionale.
«Sì, certo. Nacque da un articolo scritto sul Corriere dell’Isola, nel quale Togliatti veniva incolpato di aver partecipato a un complotto finalizzato ad uccidere Alcide De Gasperi a Sassari, durante un comizio. Furono imputati il cronista Giuseppe Cossu Pintus e il direttore Francesco Spanu Satta, che io difendevo. Fu assolto in appello».
Altri processi importanti?
«Ce ne sono stati tanti. Mi viene in mente, per esempio, quello della Superanonima, che si celebrava a Sassari, nella palestra bunker, a fianco allo Stadio dei pini. Difendevo un imprenditore di Fonni, Carletto Cualbu. Fu assolto per non aver commesso il fatto».
Ha difeso anche Graziano Mesina?
«Mi chiamò quando era latitante perché intendeva costituirsi. Camminammo insieme nel corso di Orgosolo senza alcun problema. A distanza di tantissimi anni, qualche tempo fa, ricordo che era libero e viveva ancora a Orgosolo, mi contattò chiedendomi un appuntamento. Purtroppo non ci fu la possibilità perché da lì a poco lo arrestarono nuovamente».
Lei si è occupata a lungo anche di diritto di famiglia e della condizione femminile. Ha visto cambiare la situazione delle donne nel corso degli anni?
«Mi sono molto occupata dei diritti delle donne e della situazione femminile in genere. Sono stata presidente internazionale delle donne giuriste. presidente della Fidapa. Presidente della commissione regionale per le pari opportunità. Per la mia attività ho ricevuto, a Roma, il premio “Donna dell’anno”. Per le stesse ragioni ho anche avuto la cittadinanza onoraria di Trujillo, la più antica città del nuovo mondo. Di riconoscimenti, in Italia ed all’estero, ne ho avuti tanti altri ma a cent’anni non posso ricordarli tutti».
Com’è cambiata la professione di avvocato nel tempo?
«È cambiata radicalmente. L’unico aspetto che penso non si sia modificato è quello legato all’impegno in termini di tempo, di studio e di sacrificio da parte di chi affronta la professione nel modo più corretto, cioè con onestà e dedizione. Abitando ancora nel palazzo dove è situato il mio studio legale, mi rendo conto che i colleghi che ci lavorano, esattamente come ho fatto io, non hanno orari né festività né vacanze. Se c’è da fare, si fa e basta».
Che consiglio darebbe oggi a una giovane donna che entra in un settore ancora maschile?
«Beh, intanto, numeri alla mano, credo di poter dire che oggi, al contrario di quando ho iniziato io, la professione forense stia diventando quasi esclusivamente femminile. Ma a parte questo, sono dell’opinione che, al netto di qualche eccezione, non esistano settori di lavoro maschili o femminili, ma persone che sappiano difendersi e, nel caso dell’avvocato, difendere. Il consiglio che posso dare alle donne che oggi intendono esercitare l’avvocatura è quello di affrontare la professione con la necessaria decisione ma con altrettanta umiltà e tanto, tanto studio e sacrificio. La toga va sempre portata sulle spalle con onestà ed onore. Io non mi sono lasciata ingannare né dal successo né dall’insuccesso, e sono sempre andata diritta per la mia strada con grande sacrificio e senza grandi distrazioni».

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