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Il bluesman Francesco Piu si racconta: «Dalle canzoni del Mississippi ho riscoperto le mie radici sarde»

di Paolo Ardovino
Il bluesman Francesco Piu si racconta: «Dalle canzoni del Mississippi ho riscoperto le mie radici sarde»

Il chitarrista di Osilo tra i big della musica black in Europa: Narcao, il tour con John Mayall, portare Gaza sui palchi, i giovani e la musica

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Lo guardi e pensi a Dottor Jekyll e mister Hyde. Seduto al tavolino di un bar ha l’espressione serena e i modi dolci. Sul palco invece ruggisce. La parlata osilese diventa blues cantato con slang degli Usa. Francesco Piu, 45 anni, è il bluesman italiano più richiesto, ha suonato con tutti i mostri sacri delle sei corde nella scena internazionale.

Tra i prossimi appuntamenti nell’isola, il 6, 7 e 8 marzo è nell’isola (Nuoro, Bosa, Sennori) con Max De Bernardi e Veronica Sbergia; a Pasqua è con Paolo Bonfanti a Castelsardo; il 10 aprile a Sassari insieme a Gavino Murgia. Poi via al tour tra Svizzera, Francia ed est Europa. «Una tisana, grazie», ordina al bar Hendricks in via Roma a Sassari, a due passi dall’università. Al braccio, il tatuaggio di Jimi Hendrix.

Quando ha detto: va bene, ora vivo di musica?

«Ero iscritto qui all’università, studiavo lingue, letteratura ispanoamericana. E intanto suonavo. La scintilla che mi ha fatto capire che potevo stare su un palco è stato vincere il contest “Blues from Sardinia” a Narcao, era il 2003».

Tutti scoprirono il suo talento.

«L’anno successivo lì aprii un concerto epico, con tremila persone: John Mayall. Per me la chiusura di un cerchio».

Perché?

«Il primo disco che mio padre mi ha fatto ascoltare era “Jazz blues fusion” proprio di John Mayall. Sono tornato a casa con quell’album autografato. Poi nel 2019 ho aperto tutta la tournée in Italia di Mayall, è stato incredibile, abbiamo condiviso nove giorni. Gli spiegavo che oltre ad aver aperto le strade del blues inglese, lo aveva fatto anche a casa mia».

E suo padre suonava?

«Sì, il basso. Un basso Höfner colpevolmente scambiato poi per una lambretta».

Angolo feticismo per chitarristi, i migliori tre nell’attuale scena internazionale?

«Derek Trucks, Marcus King e il mio caro amico Roberto Luti».

Tre album che la rappresentano?

«”From the cradle” di Eric Clapton, “The road to you” del Pat Matheny group e “The rhythm of the saints” di Paul Simon. Hanno scavato un solco dentro di me».

Piu, lei da un po’ di tempo porta sui palchi una chitarra con i colori della bandiera palestinese.

«Sì, la porto con grande rispetto ed emozione, è una chitarra che mi ha dato il liutaio veneto Franchin. C’è chi ha commentato questa mia presa di posizione dicendo che non bisogna fare politica dal palco, ma io penso non si possa ridurre tutto al termine “politica”, qua si parla di un genocidio contro un popolo inerme. Quindi chi ha un mezzo per parlare a più persone deve denunciare un’ingiustizia. siamo in un momento dove se vai contro Israele sei etichettato come antisemita, ma non è assolutamente così. Il blues è fratellanza, condivisione e sincerità ed io, da essere umano ancora prima che da bluesman, non mi volto dall’altra parte facendo finta di niente».

Pensa al fatto che un’esposizione del genere possa dividere il suo pubblico?

«Non sono problemi miei. Voglio essere libero come lo è la mia musica, il blues, che arriva da un sentimento di riscatto in seguito ai soprusi e alle ingiustizie della schiavitù».

Lei suona un genere che viene da lontanissimo.

«Sì, arriva da una schiavitù, rappresentava la liberazione spirituale per chi ne usciva. Ripropongo questo sentimento anche se non l’ho conosciuto direttamente».

L’America è cambiata?

«Sì, siamo lontani dall’idea originaria del “sogno americano”. Ma penso comunque che la parte peggiore non sia l’americano, ma questa élite che sempre di più si allontana dai valori umani. Ora gli stessi che hanno votato Trump subiscono un effetto boomerang, penso ai latini».

Le sue canzoni parlano di migrazioni, di addii alla propria terra, di temi che dal Mississippi arrivano anche alla Sardegna.

«La forza del blues è questa, che non ha età e non è circoscritta. Può venire fuori la malinconia di un emigrato europeo che si ritrova in una terra non sua, come succede nel tango. E lo si può avvicinare allo sradicamento di un africano che dopo una giornata dei campi cantava il blues per tenere viva la sua identità».

E lei? La sua identità sarda la sente forte nonostante i tanti viaggi e le tante contaminazioni di vita e in musica?

«Molto. Mi sento un sardo degli anni 2000 che ha tante contaminazioni, ne è felice e vuole conoscerlo. Le mie radici sarde le ho scoperte in un secondo momento, comunque».

In che senso?

«Nella mia infanzia e adolescenza ho subito una overdose di folklore sardo. Non ho mai scelto di ascoltare certa musica, ma alle feste, di tutti i comitati, era sempre quella. Crescendo son riuscito a valutare la grandezza della musica etnica sarda, diversa dal folk che avevo sentito, scoprendo le importanti sfumature del canto a tenore, del suono delle launeddas, suoni autentici. Nel mio album “Crossing” (uscito nel 2019) ho invece cercato la miscela tra questi elementi sonori e il blues. Nel disco a cui sto lavorando adesso ci sono due brani in sardo, per la prima volta. Uno mio e una cover, ma non posso ancora dire molto».

A che punto del suo percorso si sente?

«Quello della restituzione. Vedo che un certo tipo di musica, come il blues, è sempre meno conosciuta dalle nuove generazioni. Una volta in un teatro durante un seminario con le scuole chiesi chi avesse visto “The blues brothers”, per molti un film cult. Nessuna mano alzata. Lì ho capito...».

Cosa vorrebbe fare?

«Mi piacerebbe portare il blues nelle scuole con dei seminari, vorrei condividere tutto ciò che di profondo mi ha dato questo genere. Penso possa essere molto bello far riscoprire anche gli aspetti analogici della musica e i valori del blues come la fratellanza. La condivisione e, soprattutto, la capacità di rialzarsi in seguito la periodi di difficoltà».

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