Suicidio assistito, Vittoria malata e paralizzata non riceve risposte dalla Asl. Pisu: «Silenzio ingiustificabile»
La docente di diritto privato e portavoce dell’associazione Piludu: «Silenzio ingiustificabile»
Sassari Vittoria Gammone ha 84 anni e un corpo che è diventato la sua prigione. Da vent’anni la sclerosi multipla le ha spento i muscoli, lasciandole solo gli occhi per fissare un soffitto bianco e una mano che ancora ubbidisce, l’ultima chiave per spegnere l’interruttore. Ma tra il suo desiderio di «uscire di scena con dignità» e la realtà, si è alzato un muro fatto di silenzi e autorizzazioni mancanti.
Mentre lei chiede di poter smettere di fissare quel bianco, la burocrazia sarda si è incagliata in un paradosso: la prima richiesta di suicidio assistito nell'isola, presentata a febbraio, giace in un cassetto della Asl di Nuoro. Il motivo? Un labirinto di dubbi interpretativi e timori sulla privacy che sembrano pesare più del dolore di una donna. In questo limbo tra etica e diritto, si inserisce l’analisi di Alessandra Pisu, portavoce dell’associazione “Walter Piludu” e docente di diritto. Con lei abbiamo cercato di capire perché, davanti a una vita che chiede il permesso di congedarsi, lo Stato risponda con il silenzio.
Vittoria Gammone attende da febbraio una risposta dalla Asl di Nuoro per l’accesso al suicidio assistito. È accettabile un silenzio di due mesi?
«Assolutamente no. Il silenzio, in casi che toccano i diritti fondamentali della persona, è ingiusto, ingiustificato e illegittimo. Un paziente in condizioni di sofferenza estrema ha il diritto certo a che la sua istanza venga presa in carico tempestivamente dalle istituzioni competenti. Due mesi di attesa sono ben oltre il limite della ragionevolezza: la persona ha il diritto di sentirsi dire, come minimo, che la pratica è stata avviata e che un’equipe valuterà il suo caso. Il paziente deve essere coinvolto e informato. Il silenzio, invece, è già di per sè una risposta: ma inaccettabile, oltre che illegittima ».
Dagli uffici della Regione Sardegna filtra che il blocco sarebbe dovuto a dubbi sulla privacy e su chi debba gestire materialmente la documentazione clinica. Cosa ne pensa?
«Ritengo che adurre motivazioni legate alla privacy per non rispondere a un’istanza di questo tipo sia pretestuoso. I dati sanitari sono certamente sensibili, ma esistono già normative generali che spiegano alle aziende sanitarie come trattarli. Non c’è bisogno di una norma specifica in una legge sul fine vita per sapere come gestire una cartella clinica. Spesso questi problemi burocratici vengono usati per prendere tempo perché le Asl non sono attrezzate o, peggio, non vogliono fare il proprio dovere».
Esiste però un vuoto normativo: manca una legge nazionale e quella regionale sarda è stata impugnata.
«È vero, manca una disciplina nazionale specifica, ma abbiamo i presupposti stabiliti dalla Corte Costituzionale nel 2019 con la sentenza Cappato. La legge regionale sarda, simile a quella toscana, fissa termini precisi (30 giorni per la Sardegna), ma la Consulta ha chiarito che le Regioni non possono imporre tempi così rigidi perché ogni caso clinico è unico. Per questo parlo di “tempi ragionevoli”. Tuttavia, la flessibilità non può diventare un tempo indefinito. Anche se la legge regionale è impugnata, il diritto del paziente a una verifica della propria condizione rimane saldo sulla base dell'orientamento della Corte Costituzionale».
Vittoria soffre di sclerosi multipla ed è paralizzata, ma non è “attaccata a una macchina”. Può rientrare nei requisiti?
«La Corte Costituzionale ha chiarito che il requisito del “sostegno vitale” non significa necessariamente essere collegati a un macchinario. Se la sopravvivenza è assicurata da interventi di terzi, come l'assistenza per alimentarsi o per svolgere funzioni vitali, i requisiti potrebbero esserci. Spetta però a una commissione medica verificarlo con una visita, valutando la patologia, la sofferenza intollerabile e l’autenticità della volontà. È assurdo che Vittoria non abbia ricevuto nemmeno questa visita iniziale».
Vittoria sostiene di essere la prima in Sardegna a tentare questa strada? È possibile?
«È molto verosimile. Risulta anche a me che finora non fossero arrivate istanze di questo tipo nell’isola. Purtroppo la dinamica è la stessa: di fronte alla “prima volta”, le istituzioni non sanno come muoversi e si fermano per incertezza. Ma i medici sono supportati da uffici amministrativi che devono conoscere le leggi. L'inerzia non è giustificata».
Crede che ci possa anche essere una resistenza ideologica o culturale da parte delle Asl e dei medici?
«È possibile che ci siano resistenze morali o una mancanza di preparazione culturale. La legge regionale sarda è molto prudente: stabilisce che nessun singolo medico sia obbligato a espletare queste procedure. Ma se il singolo può fare obiezione, l'istituzione sanitaria nel suo complesso non può farlo. L'Asl deve attivarsi, trovare le risorse e le professionalità necessarie. Il cittadino non può pagare il prezzo dell'impreparazione di una struttura pubblica».
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