L’intervista ad Arturo Parisi: «L’Ulivo aveva leader e un progetto chiaro, il Campo largo resta un enigma»
Sassarese e consigliere politico di Prodi fu l’ideologo del centrosinistra che 30 anni fa vinse le politiche
Erano gli anni Novanta e il mondo guardava a sinistra. L’America era nel mezzo dell’era clintoniana, l’Inghilterra era pronta ad affidarsi a Tony Blair, la Francia di Chirac virò su Jospin e ben presto anche la Germania l’avrebbe seguita archiviando Kohl con Schroder. Ma l’Italia arrivò prima di inglesi, francesi e tedeschi. Era il 21 aprile 1996, quando l’Ulivo di Romano Prodi vinse le elezioni e conquistò Palazzo Chigi. Per la prima volta gli eredi del Pci avrebbero governato l’Italia in una alleanza che comprendeva l’intero mondo progressista. Una sintesi tra la cultura socialdemocratica, quella cattolico-democratica e quella liberal democratica. Al timone c’era Romano Prodi, già ministro dell’Industria, già presidente dell’Iri. E dietro le quinte c’era Arturo Parisi, sassarese, consigliere politico del Professore, che lo porterà con sé al governo come sottosegretario alla Presidenza del Consiglio.
Professor Parisi, trent’anni fa l’Ulivo si apprestava a vincere le elezioni politiche. Lei ne è considerato l’ideologo: quali furono i semi da cui nacque l’Ulivo?
«Molti e diversi. Ma fortunatamente a prevalere fu quello del desiderio del fare. Un seme “per”, non “contro”. Per un momento in quel decennio aperto dalla caduta del Muro di Berlino, sembrò che mentre una Storia finiva un’altra poteva iniziare».
L’Ulivo fu fondato intorno a Romano Prodi: si è mai pensato potesse avere un leader diverso?
«Mai. Se l’anno prima Berlusconi era sceso in campo in nome di un Io, Prodi fu l’approdo di un Noi. Una coalizione, un leader, un progetto, un governo, fu la proposta dei candidati unitari che nei collegi uninominali maggioritari chiesero il voto ai cittadini, a prescindere dalla personale provenienza politica».
Come si riuscì a mettere insieme il Pds e i Popolari, Dini e Bertinotti, Segni e i Verdi, e in Sardegna anche i sardisti?
«Così difficile che non ci riuscimmo. Non tutti quelli citati parteciparono al varo dell’Ulivo: da Bertinotti a Dini. Altri invece ci lasciarono presto. Mi duole ancora il commiato di Segni da Prodi, la divisione tra i due protagonisti della stagione riformatrice. Per me allora come ancora amici fraterni».
Secondo lei qual è stata la forza dell’Ulivo che si impose nelle elezioni del 21 aprile 1996?
«La tensione riformatrice. L’urgenza di governare, non solo di andare al governo. Assieme alla consapevolezza della necessità di un percorso e un progetto di lunga durata, lungo quanto il passato dei problemi difronte al Paese. E il desiderio di un grande soggetto collettivo inclusivo capace di guidare questo processo».
Ciampi, Napolitano, Flick, Andreatta, Berlinguer, Maccanico: per Prodi fu facile mettere su una squadra di ministri di tale levatura?
«Certo, i partiti offrirono i loro uomini più autorevoli e competenti. Ma, a differenza del passato, essi parteciparono al Governo da persone alla pari, non come delegazioni di partito, così come nei lunghi mesi della elaborazione del programma dell’Ulivo».
Il governo Prodi finì per mano di Bertinotti: perché a suo avviso il leader di Rifondazione fece cadere il primo governo in Italia di centrosinistra?
«Diciamo che revocò il credito che solo dopo la nostra vittoria aveva per un momento aperto all’Ulivo. A differenza della minoranza di Cossutta e Diliberto che scommise invece sulla via riformatrice fino a dar vita ad un altro partito. Non bastò».
L’Ulivo aveva anche nemici interni?
«Certo. I più potenti. Il desiderio di chiudere quanto prima la sua parentesi e tornare a “su connottu”, alla Repubblica dei partiti del passato. Rovesciare per quanto possibile il voto plebiscitario del 1993 per il superamento della legge proporzionale. Un voto subìto così come fa il giunco che si piega alla corrente con l’illusione di rialzarsi dopo la piena. L’illusione».
I governi D’Alema, con l’Udr di Cossiga, sono da considerare in continuità con l’Ulivo?
«Non certo il primo. Figlio della pregiudiziale anti-ulivista imposta da Cossiga con l’illusione, l’illusione, di azzerare con un’alleanza tattica la “falsa partenza” del nuovo bipolarismo. Sostituire d’un tratto l’equivoco Polo delle Libertà e, appunto, l’ancor più equivoco Ulivo, con due aggregati chiari costituiti attorno a una nuova Dc guidata da lui e a un nuovo Pci guidato da D’Alema».
Dieci anni dopo, seppur di misura, Prodi rivinse le elezioni con l’Unione, da Bertinotti a Mastella. Lei fece parte anche di quel governo. Cosa differenziava l’Unione dall’Ulivo?
«Solo dieci anni. Ma di un altro secolo. Ora millennio. Cambiata totalmente la congiuntura storica. Penso ai miei anni alla Difesa. In pochi mesi, l’Iraq, l’Afghanistan, il Libano. L’opposto dello sfondo di pace dell’Ulivo. Con il futuro mutato da tempo della speranza a tempo della paura. E all’interno il Porcellum. Al posto della legge elettorale che premiava l’unità una che premiava la divisione».
Fra un anno e mezzo in Italia si voterà, Meloni sembra favorita per ottenere una riconferma, nel centrosinistra si fanno i nomi di Conte, Schlein, Salis, Ruffini. Cosa deve fare il centrosinistra per provare a ripetere lo schema vincente dell’Ulivo?
«Ripeto. In quanto schema l’Ulivo è un’esperienza lontana. Il suo tempo ancora di più. Per risponderle vorrei prima capire se il “campo largo” è una coalizione unita per governare l’Italia o un’alleanza larghissima solo per andare al Governo».
In questa coalizione dovranno esserci tutti: Pd, sinistra, 5 stelle, Renzi, radicali, Calenda?
«Se coalizione solo chi condivide il progetto. Se alleanza elettorale si può escludere solo chi si esclude».
Primarie o convergenza sul nome: qual è a suo avviso la ricetta migliore?
«Di nuovo. Se il Campo largo è un’alleanza larghissima non vedo il perché farsi male (con le primarie, ndr). Solo le coalizioni hanno un capo e un progetto. Le alleanze tanti capi ed idee quante sono le liste, e in comune un nemico. Sento crescere il coro degli “intanto ognuno per sé, il resto dopo il voto”. Non è la mia idea. Ma ha un senso».
A frenare la riuscita di questa coalizione è più la politica estera o quella economica?
«Tutte e due. Ma, in un momento dominato come mai dai tiranni, di gran lunga la prima».
Dopo il ko sul referendum, le dimissioni di ministri e sottosegretari, il precipitare della crisi internazionale secondo lei Meloni si è indebolita?
«Rafforzata di certo no. Anche se la sconfitta e l’isolamento degli impresentabili amici di ieri, riducendo l’arco delle sue scelte, le ha indicato una strada».
Ma Meloni, a suo avviso, è più o meno facile da battere di Berlusconi?
«Non scherziamo. Di Berlusconi ce n’è stato uno solo. Fortunatamente. E tuttavia fu battuto due volte. Altrimenti dopo trent’anni non saremmo ancora qua a parlare d’Ulivo».
