L’onda anomala della Gen Z ha deciso le sorti del Referendum, Carlo Pala: «I giovani credono nella Costituzione»
Il politologo di Orune dà la lettura del risultato delle consultazioni sulla Giustizia
Sassari Almeno due colpi di scena ci sono stati. Uno, l’affluenza da record. «Un dato fortemente positivo che spicca nel calo generalizzato dell’interesse verso politica e temi connessi». Due, la cosiddetta Gen Z, la fascia di età 18-28 anni, questa volta ha inciso. E in massa ha votato “No”. «Vuol dire che i giovani hanno dimostrato di credere nella Costituzione». Le letture del giorno dopo le dà un esperto in materia, il politologo Carlo Pala. E sono letture che sorprendono, perché parlano di un Paese che va a votare e dove i giovani fanno l’ago della bilancia.
Il timore che sia solo un’illusione resta dietro l’angolo. «Se non fossimo in un periodo in cui si vota sempre meno, il dato dell’affluenza sarebbe persino negativo (in Sardegna, domenica e lunedì si è recato alle urne il 52,8 per cento degli aventi diritto, ndr). Invece oggi è fortemente positivo. Vedere a livello nazionale il 58 per cento che vota su una materia ostica e tecnica rappresenta notevoli elementi di riflessione». Per esempio che «la mobilitazione per questo referendum, rispetto agli ultimi, è seconda solo a quello del 2016 e ha superato quella su un argomento molto più di pancia come la riduzione dei parlamentari». E poi fa riflettere «che il voto delle fasce di chi va dai 18 ai 35 anni e dai 36 ai 55 anni ha sancito la vittoria del “no” – analizza Pala –. Mentre le classi più anziane hanno votato in maggioranza per il sì». Significativo. Un quadro dove i ragazzi e i giovani adulti finiscono quasi a fare la parte dei conservatori.
«I giovani hanno dimostrato di credere nella Costituzione – ribadisce il politologo di Orune, che vanta lunghe collaborazioni con l’università di Sassari e il consorzio universitario di Nuoro –. Spesso definiti in fuga, disillusi e lontani dai temi della politica e della società civile». Ecco sì, l’ampio senso civico ha colpito. Ma poi ci sono le ragioni dietro. Al plurale, perché sono tante e diverse. Alcuni giovani sono entrati nel merito della decisione sulla separazione delle carriere della magistratura, altri hanno scelto per un voto deliberatamente politico e di protesta. «Volevano mandare un messaggio e farsi sentire». E nell’ultimo periodo, osserva con lucidità Pala, la Gen Z ha mostrato più di qualche insofferenza – le campagne social, le piazze manifestanti lo testimoniano – verso le posizioni tiepide prese dal governo italiano nello scenario internazionale. Dal genocidio a Gaza all’attuale guerra in Medio Oriente. E dunque come prima occasione per farsi sentire, studenti e giovani adulti hanno scelto questo referendum. Che si è caricato di significati.
«Non sottostimerei che l’idea di toccare alcuni articoli della costituzione abbia spaventato i più», questo è un discorso che però attraversa le generazioni. «Il voto negativo è stato quindi interpretato come tentativo di proteggere qualcosa di certo da qualcos’altro di cui non si sa bene che conseguenze avrà».
Nel panorama nazionale, il “Sì” l’ha spuntata solo in tre regioni. In Lombardia, in Veneto e in Friuli Venezia-Giulia. L’ennesimo spunto interessante secondo il politologo. Alcune delle altre 17 regioni che hanno votato compatte per rispedire al mittente la proposta di legge «sono governate dal centrodestra». Una frattura nella coalizione di governo? Con le dimissioni illustri arrivate nella giornata di ieri, la crepa si apre. «Meloni è chiamata a fare delle riflessioni. Un referendum sul premierato oggi non è auspicabile, sarebbe pericoloso. Così come la maggioranza dovrebbe rivedere qualche casella nel consiglio dei ministri», per arginare l’onda alta del dissenso dalla diga aperta dal “no”.
