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Nel Pacifico arriva il “super El Niño”, si rischiano eventi estremi: ecco come può cambiare il clima in Europa

Nel Pacifico arriva il “super El Niño”, si rischiano eventi estremi: ecco come può cambiare il clima in Europa

Piogge intense e siccità in diverse aree del pianeta, con effetti indiretti anche sull’Europa

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Roma Nei giorni scorsi gli scienziati della National Oceanic and Atmospheric Administration (Noaa) hanno annunciato la conclusione della fase climatica de La Niña, responsabile delle ondate di freddo e delle abbondanti precipitazioni che hanno segnato l’ultimo inverno e parte dell’autunno precedente. Secondo le stime dell’agenzia americana, nel Pacifico equatoriale si sta formando un nuovo ciclo di El Niño, con una probabilità elevata di sviluppo tra la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno. I modelli indicano anche il rischio che possa trattarsi di uno degli episodi più intensi mai osservati, già ribattezzato da diversi media come “super El Niño”, capace di generare alluvioni in alcune regioni e siccità in altre.

Cos’è El Niño e come si forma

El Niño è un’anomalia del sistema atmosferico-oceanico legata alle variazioni della temperatura superficiale nelle aree tropicali del Pacifico. In condizioni normali, gli alisei spingono le acque calde verso ovest, dall’America meridionale verso l’Asia, favorendo la risalita di acque fredde dalle profondità. Durante El Niño, questo meccanismo si altera: i venti si indeboliscono e le acque calde si spostano verso est, lungo le coste americane, modificando profondamente la distribuzione del calore e delle precipitazioni. Il fenomeno, osservato già nel XVII secolo dai pescatori sudamericani, deve il suo nome al periodo in cui tende a raggiungere il picco, attorno al Natale. Si presenta in media ogni due-sette anni, senza una cadenza regolare, e può durare da alcuni mesi fino a più anni.

Un sistema globale che influenza anche l’Europa

Come spiega la climatologa Serena Giacomin al Corriere della Sera, gli effetti di El Niño non si limitano al Pacifico ma coinvolgono l’intero sistema climatico globale. «È una sorta di gigantesca macchina termodinamica», chiarisce Giacomin, sottolineando come il fenomeno alteri la circolazione atmosferica su scala planetaria, influenzando anche l’Atlantico settentrionale. Secondo alcuni modelli previsionali, tra cui quelli del European Centre for Medium-Range Weather Forecasts (Ecmwf), esiste una probabilità del 75% che l’evento possa risultare molto intenso. Un aspetto che preoccupa per le possibili ripercussioni sulle temperature globali, già in aumento negli ultimi anni.

Più energia nell’atmosfera, più eventi estremi

Un’atmosfera più calda significa maggiore energia disponibile. «Più energia si traduce in fenomeni meteorologici più estremi», spiega ancora Giacomin al Corriere. Questo non consente però di prevedere con precisione eventi locali, come temporali o trombe d’aria. È possibile, tuttavia, osservare alcune tendenze: in passato, durante le fasi di El Niño, il sud Europa ha mostrato condizioni più stabili, con minori oscillazioni delle correnti atmosferiche. In concreto, ciò può tradursi in ondate di calore più persistenti oppure in lunghi periodi di siccità seguiti da precipitazioni intense, i cosiddetti “colpi di frusta” climatici.

Temperature già in aumento: i dati recenti

I segnali di un sistema climatico sotto pressione sono già evidenti. Negli Stati Uniti continentali, marzo è stato il più caldo degli ultimi 132 anni. Secondo il Copernicus Climate Change Service (C3S), lo stesso mese è risultato il quarto più caldo a livello globale e il secondo più caldo mai registrato in Europa, con una temperatura media di 1,48 gradi sopra i livelli preindustriali. Gran parte del continente europeo ha sperimentato condizioni più secche della norma, dopo un febbraio più freddo ma caratterizzato da precipitazioni eccezionali. «I dati raccontano un sistema climatico sottoposto a una pressione costante e in accelerazione», ha dichiarato Carlo Buontempo al Corriere, direttore del servizio Copernicus, evidenziando anche l’estensione minima del ghiaccio marino artico per il mese di marzo e temperature superficiali del mare vicine ai massimi storici.

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